Diciassette Febbraio: Bruno è ovunque

Diciassette Febbraio: Bruno è ovunque

di Nando Silvestri 
Diciassette Febbraio: Bruno e’ ovunque (di Nando Silvestri) Ci piace ricordare il 17 febbraio di ogni anno come un profondo momento di consapevolezza e riflessione ispirato dal rogo in cui perse la vita l’immenso pensatore nolano Giordano Bruno. I più lungimiranti ne percepiscono ancora la rinascita proprio dopo tanti secoli dalla sua fine e lo fanno guardando con ammirazione l’ attualità del suo pensiero critico. Dalla pochezza dell’uomo che sfoggia la sua ipocrisia nella commedia intitolata “Il Candelaio” a quella degli uomini privi di concretezza, memoria e rispetto del Canticus Circaeus, l’universo bruniano brulica di temi profondissimi che, per spessore e consistenza morale potrebbero fare tremare i polsi anche al grande Eduardo. Ogni opera di Bruno si configura sempre con due o più declinazioni, in grado di definire un vetro policromo dietro il quale osservare una realtà diversa e, al contempo, sempre uguale a se stessa come “lo sfero di Parmenide di Elea”. L’ accostamento fra il pensatore nolano e quello cilentano potrebbe suscitare l’ ira di studiosi e interpreti del pensiero filosofico, eppure i due dotti studiosi non si incontrano solo nel mio racconto teatrale. Se da una parte e’ vero che le cose per Bruno sono suscettibili di cambiamenti continui ed inesorabili, dall’altra l’evoluzione delle cose stesse sembra seguire itinerari e formule già viste e percepite, capaci di legare il tempo ad una serie di fotogrammi di un film già visto e scritto. Quelle che per il pensiero classico, ortodosso e perbenista si presentano come “differenze” potrebbero essere solo le percezioni limitate di uno studio di superficie che non tiene conto del senso più intimo e complesso della conoscenza. Del resto lo stesso Bruno ammetteva che le strade per raggiungere la verità fossero tante e diversificate. Un altro argomento che molti attribuiscono alla magnifica opera “De Umbris idearum” e’ quello in cui il filosofo nolano riconosce l’ ombra di un approccio già impresso nella mente di ciascuno di noi, come un segnale innato, spontaneo e connaturato a prescindere dalle esperienze acquisibili. Ma la stessa ombra che inizialmente potrebbe sembrare una “traccia” del passato rischia anche di trasformarsi in una coltre opaca che cela quella parte di noi più sfuggente, fumida, contraddittoria e ambigua. Un tema che sembra rivelarsi con continuità anche nella “Cena delle Ceneri” dove Bruno attacca energicamente orpelli e pregiudizi di una aristocrazia di intellettuali pacchiani, inetti, guitti e sbracati che evocano i profili attuali di accademici al servizio dello Stato, burocrati e amministratori istituzionali senza scrupoli. Insomma, si può tranquillamente affermare che Bruno, non solo e’ ancora vivo e tangibile ma che al contempo e’ ovunque . Specie nella rassegnazione supina che l’uomo manifesta senza alcun pudore allorquando il presunto progresso scientifico lo seduce e lo esalta come un moccioso viziato e incosciente alle prese col giocattolo nuovo. Perché l’ omologazione sottesa alla tecnologia priva di qualunque legge morale sembra essere proprio quella “bestia trionfante” che Bruno intendeva scacciare nel suo “Spaccio”. Insomma, se Bruno fosse il delirio pulsante di un regista occhiuto e visionario ogni attore che eleva il teatro a proprio valore e missione divulgativa dovrebbe fare il diavolo a quattro per entrare nel ruolo del nolano piuttosto che fingere di ammirarne la statua in Campo dei Fiori.