
![]()
Il profilo di Sirignano si è sempre disegnato tra il verde tenace degli ulivi e i filari ordinati che, per generazioni, hanno ricoperto le colline del nostro territorio. Raccontare la storia di questo paese significa raccontare la storia di una comunità laboriosa, dove il ritmo delle stagioni dettava la vita, i canti e la fatica di centinaia di persone. Dalla fine dell’Ottocento fino agli ultimi decenni del Novecento, Sirignano è stato un centro pulsante, un punto di riferimento agricolo che ha saputo precorrere i tempi, prima di scontrarsi con i mutamenti dell’economia moderna e l’abbandono delle istituzioni.
Le radici della laboriosità e la metamorfosi delle colline
C’è stata un’epoca in cui le colline di Sirignano avevano un aspetto completamente diverso da quello odierno. Prima che il paesaggio venisse dominato dalle piantagioni di nocciole, erano i filari delle viti a disegnare i contorni dei nostri rilievi. L’economia del paese poggiava su un patto indissolubile con la terra e, in origine, la vendemmia rappresentava il momento più importante dell’anno. A settembre le vigne si riempivano di voci, di ceste colme e di carri che trasportavano l’oro rosso verso la trasformazione nei primi mosti.
Successivamente, le dinamiche di mercato e i mutamenti colturali portarono a una profonda trasformazione del territorio: i fitti noccioleti che oggi caratterizzano la nostra fascia collinare presero gradualmente il posto delle antiche vigne, sostituendo del tutto i vecchi filari. Nonostante questa radicale metamorfosi agraria, la vocazione per l’olivicoltura rimase un pilastro incrollabile. A novembre, l’aria del paese cambiava profumo: l’odore aspro e dolce del mosto lasciava spazio a quello denso e pungente delle olive appena frante.
I frantoi non erano semplicemente fabbriche; erano il cuore sociale del paese. Il lavoro che offrivano era stagionale, ma vitale. Richiedeva braccia forti per muovere i sacchi, maestria nel gestire la pressione delle presse e una resistenza stoica per affrontare i mesi più freddi dell’anno, lavorando giorno e notte per non far fermare le macchine.
La mappa della memoria: i luoghi del lavoro
Se incrociamo i documenti storici con la memoria viva delle strade, emerge una mappa affascinante dei frantoi che hanno fatto la storia di Sirignano:
Il vicoletto di Via Principe (di fronte alla casa di Zi Preut): È forse uno dei luoghi più iconici. Di fronte all’abitazione del sacerdote Francesco Fiordelisi (noto a tutti come Zi Preut), si apriva – e si apre ancora – un vicoletto che ospitava un frantoio antico, chiamato storicamente ‘O Gegno. Era un luogo magico di doppia trasformazione, testimone delle due anime agricole del paese: a settembre vi si pigiava l’uva delle antiche vigne per farne vino, e a novembre le pesanti macine di pietra giravano per le olive. Questo frantoio custodisce una memoria familiare preziosa: la nonna Nunziata e il nonno Michele ne erano azionisti, avendo ereditato le quote dalla storica famiglia di lei, a testimonianza di come la proprietà di queste strutture fosse il pilastro della stabilità economica locale.
Il frantoio della Puteca dei Cammillucci: Sempre lungo l’arteria principale di Via Principe, un altro impianto sorgeva nei pressi della storica bottega dei Cammillucci, a dimostrazione di come la via fosse il vero centro commerciale e produttivo del paese.
Il trasferimento in Via Quercia: Con l’evoluzione dei tempi e la necessità di spazi più ampi, una di queste attività si trasferì in Via Quercia, nei locali che oggi ospitano un negozio di cornici, lasciando l’impronta artigianale nella struttura urbana interna.
Il frantoio di Capocasale (Via Pietro Fiordelisi): Spostandosi verso la zona alta, nella prima traversa a destra andando verso Quadrelle, sotto le case della famiglia dei Pustieri, sorgeva un altro impianto fondamentale per servire i coltivatori della parte superiore del paese e delle zone limitrofe.
Dalla pietra all’avanguardia: l’era di Pasquale Arianna
Il passaggio dal vecchio frantoio a trazione animale o a pressa idraulica manuale verso la modernità ha visto Sirignano all’avanguardia. I vecchi sistemi cederono il passo all’automazione. L’apice di questa evoluzione tecnologica è stato incarnato dall’ultimo grande frantoio presente nel nostro paese: quello gestito dal caro e indimenticabile Pasquale Arianna, conosciuto affettuosamente come Speranzone.
Pasquale fu un vero innovatore. Capì che per valorizzare l’olio di Sirignano serviva il meglio della tecnologia italiana: introdusse così i macchinari della Pieralisi, colosso mondiale delle macchine olearie. Il suo era un frantoio moderno, a ciclo continuo, pulito, efficiente, capace di estrarre un olio extravergine d’oliva di altissima qualità, preservando intatti i profumi delle nostre olive. La sua scomparsa prematura, causata da una brutta malattia, ha lasciato un vuoto immenso non solo umano, ma anche economico e identitario per tutta la comunità.
Il presente: il deterioramento e la fine di un’era
Con la chiusura del frantoio di Pasquale Arianna, a Sirignano si è spenta una tradizione secolare. Oggi nel nostro paese non esiste più nessun frantoio. Per trasformare il raccolto, i produttori rimasti sono costretti a spostarsi fuori dal territorio comunale.
Questa assenza è il simbolo di un deterioramento più ampio che ha colpito l’agricoltura locale. Negli ultimi decenni, il territorio ha subito i colpi dell’abbandono delle terre e della frammentazione delle proprietà. Ma la colpa più grave risiede nella mancanza dei fondi dello Stato che avrebbero dovuto sostenere, agevolare e incentivare questo tipo di attività artigianali e agricole tradizionali. Senza sussidi per il ricambio generazionale, senza aiuti per ammortizzare i costi energetici e tecnologici, i piccoli centri come Sirignano sono stati privati del loro centro di gravità.
Resta, però, la forza della memoria. Questo racconto vuole essere un omaggio a quella Sirignano operosa che non si arrendeva, ai nonni Michele e Nunziata, a Zi Preut, a Pasquale Speranzone e a tutti i lavoratori che, con le mani segnate dalla fatica e il cuore pieno di speranza, hanno fatto grande la nostra terra.
Maicol Acierno
