L’UOMO COL CAPPELLO

L’UOMO COL CAPPELLO

di Francesco Piccolo

Il problema non è il cappello. Il problema è chi pretende di decidere quale dovresti indossare.

Da bambini il cappello era un gioco.

Quello del cowboy.

Del pompiere.

Del mago.

Lo mettevamo in testa per immaginare di essere qualcun altro.

Poi siamo cresciuti.

E abbiamo scoperto che il problema non era più il cappello.

Era il giudizio di chi lo guardava.

Ci sono parole che usiamo ogni giorno senza pensarci.

Una di queste è: “Tanto di cappello.”

La pronunciamo quando riconosciamo il valore di qualcuno.

È curioso.

Per secoli il cappello è stato un simbolo di rispetto, dignità, appartenenza.

Perfino il gesto di toglierselo davanti a una persona era un modo per dire: ti riconosco.

Oggi, invece, sembra accadere il contrario.

Non ci fermiamo più a conoscere chi abbiamo davanti.

Ci basta vedere il suo cappello.

Una fotografia.

Un vestito.

Un tatuaggio.

Un post.

Una scelta.

Pochi secondi.

E ci convinciamo di sapere già tutto.

Qualche giorno fa mi è tornata in mente una canzone di J-Ax.

L’Uomo col Cappello.

Non mi interessa parlare della canzone.

Mi interessa quello che quel cappello rappresenta.

Perché, forse, quel cappello non è un cappello.

È la nostra identità.

Sono le nostre fragilità.

Le cicatrici che nessuno vede.

Gli errori che ci hanno insegnato qualcosa.

La passione che ci tiene in piedi quando tutto sembra andare nella direzione opposta.

Ognuno di noi ne porta uno.

C’è chi lo trova nella fede.

Chi nello sport.

Chi nella musica.

Chi nella scrittura.

Chi nel lavoro.

Chi nella forza di affrontare una malattia.

Chi nella scelta di ricominciare dopo una dipendenza.

Chi nel coraggio di crescere un figlio con disabilità senza smettere di sorridere.

E chi, semplicemente, trova il proprio cappello nel continuare a essere se stesso.

La verità è che quasi nessuno conosce la storia nascosta sotto quel cappello.

Conosce soltanto quello che vede.

Ed è una differenza enorme.

Esiste una leggenda che parla proprio dell’Uomo col Cappello.

C’è chi giura di averlo visto.

Chi lo descrive come una presenza inquietante.

Chi come un’allucinazione.

Eppure la cosa più interessante non è lui.

È chi racconta di averlo incontrato.

Perché ogni persona lo descrive in modo diverso.

Forse succede la stessa cosa anche nella vita.

Non vediamo mai davvero gli altri.

Vediamo i nostri pregiudizi riflessi su di loro.

Ed è qui che nasce il problema.

Perché il vero nemico non è chi porta un cappello.

È chi pretende di decidere quale dovresti indossare.

Chi stabilisce cosa è normale.

Chi decide come dovresti vestirti.

Come dovresti parlare.

Come dovresti vivere.

Come dovresti amare.

Come dovresti sognare.

Per anni cerchiamo approvazione.

Cambiamo per piacere.

Abbassiamo la voce.

Nascondiamo le nostre passioni.

Indossiamo cappelli che non ci appartengono, convinti che siano quelli giusti.

Poi arriva un giorno.

Un giorno qualunque.

E capiamo una cosa semplice.

Che vivere per assomigliare agli altri è il modo più veloce per smettere di assomigliare a noi stessi.

Ed è proprio lì che cambia tutto.

Anche quel “Vaffanculo”.

Non è odio.

Non è rabbia.

Non è maleducazione.

È un grido di libertà.

È un vaffanculo ai pregiudizi.

Un vaffanculo all’ipocrisia.

Un vaffanculo al conformismo.

Un vaffanculo a chi giudica senza conoscere.

Un vaffanculo a chi ride dei sogni degli altri.

Un vaffanculo a chi pretende di decidere quale cappello dovresti indossare.

E se dovessi dare un volto a quel pensiero, sarebbe un semplice dito medio.

Non rivolto alle persone.

Ma ai pregiudizi.

Perché è il pregiudizio che ci impedisce di conoscere davvero chi abbiamo davanti. È il pregiudizio che ci fa giudicare un cappello senza aver mai conosciuto la testa che lo porta.

Perché qualche volta la libertà comincia proprio così.

Nel momento in cui smetti di chiedere il permesso di essere te stesso.

Il mondo non ha bisogno di altre copie.

Ha bisogno di persone autentiche.

Persone capaci di restare se stesse anche quando nessuno le applaude.

Per questo il mio augurio è semplice.

Indossate il vostro cappello.

Portatelo con orgoglio.

Qualunque forma abbia.

Qualunque storia racconti.

E non permettete mai a nessuno di togliervelo.

Perché il giorno in cui rinuncerete alla vostra identità per soddisfare le aspettative degli altri non avrete perso un cappello.

Avrete perso voi stessi.

E non esiste negozio al mondo dove sia possibile ricomprare ciò che siamo davvero.                                                                                                                                                                                        L’UOMO COL CAPPELLO