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Nel cuore verde del Partenio, Sirignano non è solo un borgo di pietra e terra, ma un’officina a cielo aperto che per secoli ha dettato il ritmo della storia artigiana del Centro-Sud. La fama dei nostri maestri d’ascia, i celebri “Mannesì”, varcava i confini del borgo: erano artigiani ricercatissimi in tutto il meridione, le cui sapienti capacità nella lavorazione del legno boschivo — dalle strutture navali a quelle civili e sacre — rappresentavano un marchio di qualità ineguagliabile. Qui, il legno non era semplice materia, ma un’anima da plasmare con il sudore e la fede. L’eco di quel 2 luglio — data che ancora oggi risuona come un battito cardiaco per la nostra terra — è l’eco di una maestria che si trasforma in preghiera: nel gesto del trasporto a spalla, la fatica dei “Mannesì” diventava e diventa un atto di pura devozione. È una storia di mani sapienti che hanno dato forma al sacro, rendendo il nome di Sirignano un simbolo di eccellenza che attraversa le generazioni.
La Maestà di Maria: Tra il pennello del Mozillo e lo scalpello di Colombo
Esiste, nel dialetto sirignanese, un’espressione che racchiude in sé un’estetica antica, quasi arcaica: “Me pare ‘a Maronn’ ‘e Grazie”. Non è una semplice descrizione, è un’investitura. Quando il popolo definiva una donna “mastodontica” ma dotata di quella grazia celestiale nel volto, stava operando una traslazione di sacralità sul piano del quotidiano. La monumentalità non era ingombro, ma riflesso della maestà di Maria Santissima.
Il dialogo tra le arti a Sirignano
Sirignano non è mai stato un luogo isolato, ma un centro pulsante che guardava con ambizione alla capitale, Napoli. La presenza nel nostro borgo di opere di tale calibro testimonia una comunità che aveva le risorse e la volontà di commissionare i lavori ai più grandi maestri del tempo.
Il genio di Giacomo Colombo: Le sculture che custodiamo sono il frutto dell’arte di Giacomo Colombo, figura di spicco della scultura napoletana di fine XVII e inizio XVIII secolo. Colombo seppe imprimere nel legno una vitalità straordinaria: la statua della Madonna delle Grazie e il busto di San Feliciano non sono semplici manufatti, ma espressioni di un barocco che dialoga direttamente con l’anima del fedele. La loro imponenza plastica rispecchia quella ricerca di “grazia monumentale” che ha reso il rito del 2 luglio un momento cardine della nostra identità. Il volto della Vergine è giunto intatto fino a noi anche grazie al restauro magistrale di Alessandro Colucci, il “Sandulillo”, che ha preservato questa espressione unica nel suo genere.
La Pala d’altare del Seicento: L’opera, attribuita alla dinastia dei Mozillo — celebre bottega di pittori che seppe tradurre le istanze religiose del tempo in una luce calda e avvolgente — funge da pilastro teologico della Chiesa di Sant’Andrea Apostolo. Raffigurante l’Apparizione della Madonna delle Grazie tra i Santi Giuseppe, Andrea e Lucia, la tela è una finestra sul trascendente, espressione di un canone estetico che ha definito la spiritualità del borgo. L’intervento di restauro del 2003-2005, sotto la supervisione della prof.ssa Antonia Solpietro (tuttora responsabile dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Nola), ha riportato alla luce i cromatismi originali. La ridoratura a foglia d’oro della struttura lignea è stata una scelta necessaria per restituire il decoro dovuto a un’opera di tale valore, mentre il dibattito sulla rimozione della cimasa rimane un segno del confronto costante tra la conservazione storica e le interpretazioni filologiche del nostro tempo.
Il solenne ricordo di una visita pastorale
La devozione del 2 luglio non è un fatto privato, ma un evento che nei secoli ha richiamato l’attenzione delle massime autorità ecclesiastiche. La memoria storica, custodita tra le pieghe dei registri diocesani, ci riporta a una solenne visita pastorale avvenuta il 2 luglio del 1754, quando Monsignor Gennaro Maria Sarnelli, giungendo a Sirignano proprio nel culmine della festa della Madonna delle Grazie, volle onorare personalmente la maestà della scultura del Colombo. Si narra che il Vescovo, di fronte all’imponenza della statua portata dai “Mannesì”, si sia inginocchiato sul sagrato, riconoscendo in quel legno non solo l’abilità straordinaria dell’artista, ma il riflesso di una fede comunitaria granitica, che faceva di Sirignano un faro di luce spirituale riconosciuto in tutto il circondario. Quella giornata segnò un momento di unione indelebile tra la gerarchia ecclesiastica e la devozione autentica del popolo.
La sfida della fede e il tempo che cambia
Oggi, tuttavia, il cammino della fede si scontra con il mutare dei tempi e delle norme. Le recenti disposizioni ecclesiali, volte a un rigore liturgico che spesso stenta a comprendere la portata simbolica della nostra storia, hanno imposto restrizioni che vietano il trasporto in processione di Santi che per secoli hanno camminato al fianco di Maria. Questa “chiusura” è percepita dalla comunità come una ferita, un allontanamento da quella pietà popolare che per i nostri antenati era l’unico modo per toccare Dio. Eppure, la fede di Sirignano rimane viva. Nonostante la custodia dei nostri tesori presso il caveau vescovile, lo spirito di quel 2 luglio non si spegne.
Ci guida, in questa resistenza spirituale, la promessa del Vangelo: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Luca 12,32). In questa consapevolezza, la nostra identità non svanirà: finché avremo memoria della maestà di Maria, la storia di Sirignano continuerà a scrivere pagine di inesauribile devozione.
Maicol Acierno

