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Tra visioni mistiche, delitti irrisolti e personaggi simbolo, il racconto della vita quotidiana a Mugnano del Cardinale negli anni che precedono la caduta del regime.
Dal caso Parrizzo al “maresciallo” Pappone, fino ai manifestini degli Alleati: memoria popolare e storia si intrecciano nel racconto di un paese sospeso tra superstizione e guerra.
A cura di M.P.M.
Testo di Francesco Piccolo
Per comprendere davvero l’atmosfera degli ultimi anni del fascismo a Mugnano del Cardinale non bastano le vicende politiche o gli eventi della guerra. Bisogna entrare nella vita quotidiana del paese, nei racconti popolari, negli aneddoti tramandati dalla memoria collettiva.
È proprio questo che fa Domenico D’Andrea (con la collaborazione di Alfonso D’Andrea), nel suo libro Gli ultimi mesi del fascismo e i giorni dell’occupazione tedesca a Mugnano del Cardinale. Accanto alla cronaca degli eventi, l’autore restituisce il volto umano e popolare del paese attraverso figure che, per anni, hanno animato l’immaginario mugnanese.
Una di queste figure era Salvatore Napolitano, conosciuto da tutti con il soprannome di Tore ’e Parrizzo.
La sua storia affonda le radici in un fatto di sangue avvenuto molti anni prima. La sera del 7 luglio 1889, durante i festeggiamenti patronali in onore della Madonna delle Grazie, il sindaco di Mugnano Antonio Stingone fu ucciso con due colpi di fucile mentre rientrava a casa con la famiglia.
Il delitto avvenne in via Garibaldi e non fu mai chiarito con certezza chi fosse il responsabile. Tuttavia furono accusati due contadini del paese: Salvatore Napolitano, detto Tore ’e Parrizzo, e Giuseppe Tedeschi, soprannominato Tagliacapo.
Il processo fu interamente basato su indizi. Parrizzo fu condannato a trent’anni di reclusione e rinchiuso nel carcere ligure di Oneglia, mentre Tagliacapo ricevette la pena dell’ergastolo.
A Oneglia i detenuti godevano di una libertà piuttosto insolita per l’epoca. I meno pericolosi potevano uscire in città e spesso incontravano un vecchio cappellano considerato quasi un santo dagli abitanti del luogo. Quando lo incrociavano, il sacerdote li invitava con parole sorprendenti:
«Andate a sfogarvi altrove e non fatevi del male nelle celle».
Era lo stesso prete che compare nel romanzo Il peccato dello scrittore Giovanni Boine.
Dopo molti anni di carcere, grazie alla buona condotta, Parrizzo ottenne una riduzione della pena e tornò a Mugnano durante la Prima guerra mondiale. Da allora visse come bracciante agricolo, poverissimo ma profondamente religioso.
Con il passare degli anni, però, la sua figura divenne sempre più singolare.
Verso la vecchiaia iniziò a raccontare di essere protagonista di visioni mistiche. Parlava spesso di apparizioni di Santa Filomena, che secondo lui lo aveva avvisato della morte della madre mentre era ancora in carcere.
Ma l’episodio che più colpì la gente del paese avvenne intorno al 1942, quando Parrizzo iniziò ad annunciare l’arrivo di un grande miracolo che sarebbe avvenuto a Mugnano.
Molti lo ascoltavano incuriositi mentre parlava nelle piazze e nelle strade del paese.
Un giorno, durante uno di questi racconti pubblici, Parrizzo dichiarò di aver avuto una visione particolarmente straordinaria. Raccontò che, mentre percorreva il viale De Lucia, si era ritrovato tra le braccia Gesù Bambino.
A quel punto intervenne un contadino del paese, Vallardino, che ironicamente gli disse:
«Parri, e io non sapevo che tu eri anche femmina».
Parrizzo si infuriì e replicò:
«Cretino! Quello non era desiderio di latte, era sete di affetto!».
Col passare del tempo la gente iniziò a non credere più alle sue profezie. Il miracolo annunciato veniva continuamente rimandato, fino a non realizzarsi mai.
Negli ultimi anni della sua vita Parrizzo si fece crescere una lunga barba e iniziò a dire di essere diventato un patriarca. Viveva in una piccola stanza in via Casa Russo, mantenuto dalla carità degli abitanti del paese.
Quando morì nel 1958, a novantadue anni, il suo funerale fu seguito da una folla immensa. Quel fanatismo popolare che lo aveva accompagnato negli anni sembrò riaccendersi ancora una volta.
Accanto a figure come Parrizzo, la vita del paese era animata da altri personaggi popolari, come Giuseppe Valentino, conosciuto con il soprannome di Pappone.
Ogni domenica mattina, in piazza, Pappone si presentava in divisa da maresciallo della Milizia fascista. Restava per ore in piedi davanti al Municipio, con il berretto calato e lo sguardo fisso: una presenza imponente, quasi simbolica.
Diverso era invece il Marruzzaro, Aniello Bianco, brigadiere della Milizia, più semplice e meno appariscente.
Ma mentre il paese continuava a vivere tra racconti popolari, superstizioni e personaggi pittoreschi, la guerra stava cambiando rapidamente il destino dell’Italia.
Nel luglio del 1943, durante una notte, alcuni aerei alleati sorvolarono Mugnano del Cardinale e lanciarono migliaia di manifestini di propaganda.
I volantini parlavano della disfatta dell’esercito italiano e della crisi ormai irreversibile del regime fascista.
Uno di quei manifesti si concludeva con parole destinate a lasciare il segno:
«Italiani! Voi siete soli. Di chi è la colpa?»
Il segretario politico locale, Alfredo Magnotti, ordinò ai vigili urbani di raccogliere e distruggere quei fogli. Ma molti abitanti riuscirono a conservarli.
Erano i primi segnali che qualcosa stava cambiando.
Di lì a poco il fascismo sarebbe crollato e la guerra sarebbe arrivata davvero anche a Mugnano del Cardinale.
