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Il 25 aprile, per molti, è una data che appartiene alla storia. Per tanti di noi avellani, invece, è una data che ha un nome e volto: Nicola Pugliese. Avella, nel tempo sospeso di un’amicizia, il 25 aprile 2012 non è soltanto il giorno della Liberazione. È il giorno in cui, quattordici anni fa, se ne andava Nicola Pugliese. E da allora, per noi, ogni anniversario ha il sapore doppio delle cose vere: la memoria collettiva e quella personale che non passa mai. Avella era il suo rifugio, ma anche il suo teatro, e il Bar Pasquino, quello di Carmine, Carmine Guerriero, “’o Pasquino”, era la sua scena quotidiana. Un tavolo, la scacchiera, una battuta, uno sguardo che sembrava distratto e invece aveva già capito tutto. Nicola Pugliese non era solo l’autore di Malacqua, per noi era soprattutto Nicola. Uno che, a guardarlo da fuori, poteva sembrare segnato. Uno che dava l’impressione di portarsi addosso qualche ferita di troppo. Ma bastava sedersi con lui cinque minuti per capire che era tutta superficie. Perché Nicola era, prima di tutto l’ironia tagliente, precisa, chirurgica. Una di quelle ironie che non alza mai la voce ma ti arriva addosso lo stesso, e quando arriva lascia il segno. Ti prendeva in giro senza farti mai arrabbiare davvero. Perché dentro quella presa in giro c’era sempre un’intelligenza più larga, e una forma di affetto che non aveva bisogno di dichiararsi. Poi c’era il libro:
Malacqua, di cui molti di noi non sapevano nulla un po’ per pigrizia, un po’ per la paura che il sentimento dell’amicizia subisse una qualche influenza. Malacqua un romanzo che è diventato un culto senza volerlo diventare.
Quattro giorni di pioggia su Napoli, e un’attesa che non finisce mai. Un’aria sospesa, come se da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa di enorme. E invece niente. O forse tutto. Dentro quel libro c’è Napoli, ma c’è anche Nicola con il suo sguardo distante, disincantato. La sua capacità di raccontare senza partecipare troppo, come se le emozioni le tenesse sempre un passo indietro. Eppure, sotto quella distanza, c’era un sentimento fortissimo.
Solo che lui non lo concedeva facilmente. Noi, in questi anni, non abbiamo fatto altro che questo: tenere viva la memoria. Non dello scrittore o non solo, ma dell’amico. Di quello che arrivava al bar, che si sedeva e ordinava whisky con acqua, di quello che affumicava il bar con le sue lunghissime multifilter.
Di quello che, dopo qualche minuto di apparente calma, tirava fuori una frase che cambiava la percezione del tempo e del luogo, perché capivi di essere in presenza di un’entità non comune. E allora ti rendi conto che certe persone non passano non perché diventano simboli, ma perché restano nei gesti quotidiani, nelle abitudini, nei luoghi. Restano in un tavolo sempre uguale. In una sedia che sembra ancora occupata.
In una battuta che qualcuno prova a rifare, senza riuscirci fino in fondo. Il 25 aprile, per noi, che ci sentiamo come quelli che canta Paolo Conte, gente di montagna impaurita dal mare di Genova, non è solo memoria storica, è anche memoria personale. È il giorno in cui ricordiamo un amico che aveva scelto il silenzio del paese, ma non aveva mai smesso di leggere il mondo. Uno che si era tirato fuori, ma che in realtà aveva capito tutto prima degli altri. E allora sì, forse è vero: piove ancora, come in Malacqua, ma certe presenze non svaniscono mai, restano lì, come un’attesa che non finisce mai. E forse, in fondo, è proprio questo il nostro “accadimento straordinario”: immaginarlo ogni giorno, come se fosse ancora seduto lì, al Pasquino, pronto a svelarci il mondo con la delicatezza che solo chi lo ha conosciuto può capire.
Associazione culturale Nicola Pugliese – Avella
