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Abbiamo letto e ascoltato le diverse dichiarazioni relative ai fatti che hanno coinvolto il giornalista di Report Sigfrido Ranucci e, in particolare, alla presunta partecipazione, come esecutori dell’atto intimidatorio, di persone residenti nel Baianese. Abbiamo letto anche l’intervento del sindaco di Avella, rivolto a Roberto Saviano, con l’intento di tutelare l’immagine della città e dei suoi cittadini. Un’intenzione che comprendiamo e, per molti aspetti, condividiamo. Crediamo però che questa vicenda meriti una riflessione più ampia, perché c’è un elemento che rischia di sfuggire a una lettura esclusivamente territoriale dei fatti. Il Baianese di oggi non è più quello di quaranta o cinquant’anni fa. Viviamo, di fatto, ai margini dell’area metropolitana di Napoli. In pochi minuti d’auto dal nostro territorio si raggiungono realtà profondamente diverse, dal centro di Napoli alla sua periferia, attraversando un sistema urbano ormai quasi continuo. Ma soprattutto è cambiata la società. Fino agli anni Ottanta e Novanta era ancora possibile immaginare il paese come una comunità relativamente chiusa, nella quale la piazza, la famiglia, la scuola, la parrocchia, le associazioni e le relazioni quotidiane esercitavano un’influenza significativa sulla formazione dei giovani. Oggi quel modello è profondamente mutato. Basta guardare le nostre piazze. In molti casi non sono più i principali luoghi di aggregazione giovanile. I ragazzi costruiscono relazioni, linguaggi, modelli culturali e perfino identità attraverso circuiti che superano i confini del paese nel quale risiedono. Internet, i social network, la mobilità e una cultura sempre più omologata hanno modificato radicalmente il rapporto tra individuo e territorio. Per questo, nel 2026, immaginare una comunità locale capace di determinare o anche soltanto di controllare i comportamenti dei propri giovani rischia di essere un’illusione. Parlare di Avella, Ottaviano, Marano di Napoli o di tanti altri comuni significa ormai confrontarsi con dinamiche sociali che presentano numerosi elementi comuni. I confini amministrativi continuano a esistere sulle carte geografiche, ma sono molto meno presenti nella vita quotidiana delle persone.
Non è una responsabilità degli avellani, né può essere ricondotta semplicemente alle responsabilità di un’amministrazione comunale. È il risultato di una trasformazione molto più grande, che riguarda la società contemporanea e che ha progressivamente indebolito il rapporto tra appartenenza territoriale, comunità ed educazione sociale. Per questo riteniamo sbagliato attribuire ad Avella, al Baianese o alle rispettive comunità una responsabilità, anche soltanto indiretta, per eventuali comportamenti criminali commessi da singoli cittadini.
Se le responsabilità individuali indicate nelle ricostruzioni relative al caso Ranucci saranno accertate, dovranno essere giudicate con la massima severità. Ma saranno, appunto, responsabilità individuali. Il luogo nel quale una persona vive non può trasformarsi in una responsabilità collettiva. Un cittadino può risiedere ad Avella senza rappresentare Avella, esattamente come un cittadino di Napoli, Milano o Roma che commette un reato non rappresenta automaticamente la propria città. Ed è forse proprio questo il modo migliore per tutelare l’immagine di una comunità: non negare i fatti, non minimizzarli e non sentirsi costretti a difendersi da responsabilità che non le appartengono. Avella non deve dimostrare la propria innocenza. Una comunità di migliaia di persone non può essere chiamata a rispondere delle scelte di pochi individui che, per il semplice fatto di risiedervi, non diventano interpreti della sua cultura, dei suoi valori o della sua storia.
Forse questa vicenda può, invece, diventare l’occasione per aprire una riflessione più ampia sul futuro del nostro territorio. Al sindaco chiediamo non soltanto di difendere, giustamente, l’immagine di Avella, ma anche di promuovere un confronto su ciò che resta dell’identità di Avella e del Baianese e su come tutelare la nostra storia dentro una società profondamente cambiata.
C’è bisogno di programmazione, visione e di un orizzonte politico che vada oltre i confini dei singoli comuni. I sei comuni del Baianese condividono ormai problemi, trasformazioni sociali, servizi, mobilità e prospettive e appartengono a un territorio che, nella vita quotidiana, è già molto più unito di quanto dicano i suoi confini amministrativi.
È forse arrivato il momento di cominciare a ragionare sulla Città del Baianese: non semplicemente come ipotesi di fusione amministrativa, ma come progetto politico e territoriale capace di mettere in comune servizi, programmazione, politiche sociali e giovanili, cultura, mobilità e strategie di sviluppo, conservando e valorizzando le identità delle singole comunità.
Potrebbe essere questa una delle risposte alle trasformazioni che stiamo vivendo: recuperare una dimensione comunitaria che rischiamo di perdere e, nello stesso tempo, costruire un territorio abbastanza forte da governare cambiamenti che nessuno dei nostri comuni, da solo, è più in grado di affrontare.
PD AVELLA (Comunicato stampa)