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Spesso credo di essere un pesce fuor d’acqua e, da osservatore disinteressato — ancora per poco — mi chiedo, e ti chiedo: chi ce lo fa fare? Potremmo starcene tranquillamente a casa, con la famiglia, senza esporci, senza metterci la faccia e soprattutto senza diventare bersaglio di certe “brave persone”.
Poi rifletto e mi pongo una domanda che, forse, è ancora più importante: che cosa è diventata oggi Avella? È migliorata? È cresciuta? La qualità della vita si è realmente elevata? E soprattutto: qual è l’idea di paese che vogliamo costruire per il futuro?
Le risposte, per quanto mi riguarda, non possono essere affidate soltanto alle inaugurazioni, agli annunci o alla semplice gestione dell’ordinario. Amministrare un paese significa smettere la presunzione e l’arroganza, avere una visione, assumersi responsabilità, ascoltare, progettare, confrontarsi e, soprattutto, avere il coraggio di mettersi in discussione.
E allora, che cosa manca?
Manca l’impegno. Manca il sacrificio. Manca la disponibilità di persone che abbiano realmente a cuore l’interesse del paese e siano disposte a mettersi in gioco, anche quando questo significa esporsi e correre il rischio di essere criticate.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, emerge una delle principali debolezze dell’attuale modo di amministrare: la difficoltà a considerare il confronto come una risorsa e non come una contrapposizione.
Perché il confronto è l’essenza stessa della politica.
Si può avere un’idea diversa. Si può dissentire. Si può criticare l’operato di un amministratore, di un consigliere o di un’intera maggioranza. Anzi, in una comunità democratica, tutto questo non solo è legittimo, ma è necessario.
Ma una cosa è la critica politica, altra cosa è trasformare il confronto in un monologo.
E qui veniamo a ciò che è accaduto nel Consiglio Comunale del 22 settembre.
Il Consiglio comunale è un organo pubblico di indirizzo e controllo politico-amministrativo: non è una pizzeria, non è un bar, non è il luogo nel quale si può pensare che basti parlare perché il proprio punto di vista diventi automaticamente verità.
Quando in un consesso pubblico si decide di rivolgere una critica, formulare un’accusa o aprire una polemica nei confronti di qualcuno, la correttezza e il rispetto istituzionale dovrebbero suggerire una cosa molto semplice: dare all’interlocutore la possibilità di essere presente e di rispondere.
Non perché chi viene criticato debba essere immune dalle critiche.
Al contrario.
Proprio perché la critica è importante, deve essere sostenuta dal confronto.
Se io muovo un’accusa nei tuoi confronti e tu non sei nelle condizioni di replicare, non sto realmente confrontandomi con te. Sto semplicemente esponendo la mia versione dei fatti davanti a un pubblico che non può ascoltare anche la tua versione.
Ed è qui che il confronto diventa unilaterale.
Nessuno pretende che in politica tutti siano d’accordo. Nessuno pretende che le critiche vengano risparmiate. Ma almeno si dovrebbe pretendere che alle parole corrispondano responsabilità, rispetto e disponibilità a sostenere quelle stesse parole davanti a chi ne è destinatario.
Altrimenti non è confronto. È semplicemente scorrettezza.
Perché nei consessi pubblici non può valere il principio del “te la suoni e te la canti”.
La politica, quella che serve davvero a una comunità, dovrebbe essere altro: argomenti, responsabilità, contraddittorio, ascolto e rispetto dell’avversario.
E forse è proprio questo che oggi manca: non il dissenso, ma il rispetto del dissenso; non la critica, ma il confronto; non le parole, ma il coraggio di sostenerle davanti a chi quelle parole le riceve.
Ed è proprio per questo che, alla domanda iniziale — “chi te lo fa fare?” — una risposta comincio a trovarla.
Te lo fa fare la convinzione che interessarsi del proprio paese significhi anche sacrificarsi, esporsi, accettare le critiche, assumersi responsabilità e avere il coraggio di parlare quando sarebbe molto più semplice restare a casa.
Te lo fa fare la convinzione che Avella non appartenga a chi oggi la amministra, ma a tutti gli Avellani.
E se per difendere questa idea bisogna uscire dal ruolo di semplice osservatore e metterci la faccia, allora forse vale davvero la pena farlo.
Perché una comunità cresce quando nessuno ha paura del confronto e quando chi ha qualcosa da dire trova il coraggio di dirlo. Ma soprattutto quando ha il coraggio di restare lì, ad ascoltare la risposta.
Avella merita questo.
Ing. Francesco Caruso