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di Antonio Vecchione
Il Carnevale, con radici nelle feste dionisiache greche e nei Saturnali romani, rappresenta il passaggio dal freddo dell’inverno al risveglio della natura e una sospensione dei rigidi costumi sociali prima del “rigore” della quaresima Cristiana. Goethe, nel corso della sua visita in Italia del 1788, ne fu incantato e la definì “non una festa data al popolo, ma una festa che il popolo dà a se stesso”. Una definizione che a Baiano ha trovato una straordinaria conferma coinvolgendo la gran parte della comunità.
Negli anni cinquanta, il Carnevale baianese, per noi giovanissimi del dopoguerra, non era l’occasione per sfilate di costumi fatti in serie, più o meno costosi, di stucchevoli recite prive di spontaneità popolare, ma era un goffo pretesto per fare baldoria, per dare libero sfogo alla nostra sfrenata fantasia, mascherati alla buona, senza pretese, con una gonna della mamma o un largo pantalone del nonno oppure coperti da un lenzuolo tipo fantasmi, un cappellaccio consumato dal tempo, semplicemente truccati di nero con carbone, usando dei “tiesti” o bastoni per ritmare il percorso. Si dischiudeva per noi un mondo fantastico: ci riunivamo in chiassoso gruppo per introdurci nelle case del quartiere dove, dopo una rumorosa esibizione che voleva essere un ballo ma che era un agitato saltellare, ci offrivano qualche leccornia o, più spesso, un bicchiere del non eccelso vino (così denominato solo per le sue macrocaratteristiche fisiche) magari miscelato con gassosa. Nella festa di carnevale non c’era (e non c’è) posto per le gerarchie sociali. I rapporti nella festa prescindono dalle differenze culturali, di censo, di lavoro e di età per diventare solidali, umani, camerateschi. Una eliminazione temporanea di rapporti sociali cristallizzati che coinvolgeva la comunità intera, sia gli umili abitanti del quartiere popolare dei Vesuni e S. Giacomo che la borghesia medio – alta degli altri rioni. Le foto allegate ne costituiscono testimonianza.
Entusiasmante lo spettacolo che si teneva nel cuore dei Vesuni (come dire “il cuore del cuore di Baiano”) e stiamo parlando del Catafàlco (detto anche, in vernacolo stretto, catafàrco) ossia la zona d’incrocio tra le odierne via Nicola Litto e via Croce.

Il nome, a dir poco insolito, era motivato dalla sua disposizione nell’assetto urbanistico del paese, che ricordava in certo qual modo il palco stretto e lungo, di legno, con drappi e candele, su cui, in chiesa, si poggiavano in evidenza, nelle cerimonie funebri, le bare. O Catafalco (oggi non lo si crederebbe tanta è la sua inconsistenza topografica) era il punto di riferimento e la “piazza” del quartiere. Particolarmente animato, secondo le più antiche, paganeggianti tradizioni (lupercali, saturnali e simili) era a Carnevale per le “tammurriate”, danze collettive accompagnate da suoni e canti (“caste” reminiscenze di orgiastiche manifestazioni del passato) ma soprattutto dal ritmo ossessivo delle tammorre, nacchere (e castagnette, alla maniera spagnola), putipù, triccheballacche e scetavaiasse. Vi si esibivano le donne più intraprendenti e disinibite come solo sapevano essere le giovani, e, più ancora, le meno giovani, contadine quando riuscivano a superare la soglia di riserbo che ordinariamente imponeva loro un naturale e doveroso comportamento compassato, colmo di tabù che non faceva neppure alla lontana intuire la pur sobria carica di carnalità che le caratterizzava. Una delle danze più … ammiccanti del repertorio secolare era quella in cui le donne, al ritmo di tarantella, facevano cerchio tenendosi per mano, rivolte “vis à vis” agli uomini che a loro volta in un cerchio più ampio giravano loro attorno con le braccia allungate in avanti e con le mani che stringevano le opposte nocche, tese, di un fazzolettone come per un abbraccio, conchiuso ma tenuto … lasco e, perciò proprio, stimolantemente … casto, abbraccio in cui, con atteggiamenti e gesti d’invito, tendevano a serrarle nel mentre esse, dal canto loro, con movenze sinuose di essenziale eroticità, si offrivano e si negavano. Forse la schietta, nativa schermaglia tra i due sessi si manifestava con maggiore evidenza in un’altra danza, a due, in cui un uomo ed una donna con passi lunghi e trascinati, ritmati sul battito ossessivo ed in crescendo di un tamburo –in genere largo e basso percosso con le mani da uno o da entrambi i danzatori o danzatrici- giravano su se stessi ed intorno al partner –rotazione e rivoluzione- sempre più vorticosamente fino a che, all’apice della concitazione, non si urtavano, sfioravano, strofinavano o si davano vere e proprie spinte, “pacca e pacca”, ovvero natica e natica, natica contro natica. Ed eccole queste donne i cui nomi paiono uscire da una novella del Verga: Carmela a luparella; Mariantonia a

maruzzella; Ntunetta (Antonietta) a tamarrella; Funzina (Alfonsina) a sorice; … a terremota; … a zurrizurra; ecc. Anche gli uomini avevano la loro parte nel Carnevale svisandosi, nel solco delle più secolari, genuine tradizioni, con strati di nerofumo, di carbone, con maschere di animali o di demoni, tassativamente mostruose, o molto spesso vestendosi ed imbellettandosi da donna. Un nome per tutti: Mastu Cclemente (mastro Clemente), falegname che fino ad avanzata vecchiaia se ne andò in giro per il paese con un lungo, sacerdotale camicione bianco, un ombrello arieggiante il baldacchino -tra gli arredi liturgici- usato per onorare l’Ostia Consacrata esposta nell’Ostensorio durante la processione del Corpus Domini- ed un putipù dal grave suono di flatulenza. A Baiano, per anni, una stupefacente coppia di buontemponi, autoctoni, già … dal nome, quanto a pensiero e stirpe, ha incarnato lo spirito carnevalesco ed animato lo svolgimento: Stefene o Massaro (Stefano Masi) e Stefene e Sciacquetta (Stefano Picciocchi). Stefano Masi era affascinato dalla festa e partecipava anche alla “Cantata dei Mesi” interpretando Maggio, anche per il suo particolare attaccamento alle ciliegie (all’epoca coltivazione diffusissima nel baianese e materia prima per le industrie conserviere che davano lavoro a centinaia di donne). Costoro, generosamente imbellettati ed agghindati al meglio da dame (abiti eleganti, tacchi a spillo, larghe paglie con festoni e nastri o “toque”, “cloche” con maliziose, ammiccanti velette, frange seriche e – quant’altro) ad opera di Maria De Feo (donna straordinaria, estroversa, di grande spirito ed intelligenza, “sarta fine”, animatrice instancabile ed inesauribile di ogni attività “sociale” del quartiere di “Vesuni”) si esibivano per strade e piazze, non solo di Baiano, ma dell’intero territorio dei nostri sei comuni. lo Sciacquetta suonava la fisarmonica. Buon Dio! Suonare è un modo molto pretenzioso di definire il suo esercizio: più che altro si trattava dello strimpellamento -con un paio di dita- approssimativo al massimo di un unico brevissimo motivetto ripetuto nell’accezione matematica del termine identicamente all’infinito; il Massaro ballava (si fa sempre per dire) dopo di che distribuiva in giro “e pianete” ovvero “e furtune” cioè dei rettangolini di carta di vario colore, contenenti un oroscopo e tre numeri da giocare al Lotto.
C’era anche un carnevale originale e schiettamente legato al territorio e alla sua cultura contadina, che affonda le proprie radici nella storia e nell’anima popolare delle comunità vesuviane, culturalmente distinte dalle irpine. Ma ne parliamo nella seconda puntata.

Prima foto.
‘O massaro veste un elegante abito lungo di colore bianco, con grembiulino dall’orlo merlettato, con un mantello di raso che gli copre le spalle, due palloni a gonfiargli oltre misura il petto, borsa di paglia. I guanti bianchi (da donna di mondo), una collana di simil perle, il civettuolo neo e il cappello hanno la pretesa di conferire alla figura una immagine di eleganza. Ma è impresa ardua.
Anche ‘O sciaquetto veste un abito lungo ma a decori floreali, con scialle sfrangiato e grembiulino orlato, con un cappello fantasiosamente carnevalesco, una sorta di scatola decorata appoggiata in testa e agganciata con un elastico sotto il mento, con la fisarmonica ben stretta tra le mani. Un vezzoso neo spicca sotto la bocca.
Seconda foto
Anche in questa seconda immagine i nostri due eroi, senza maschera, tradiscono, con gli occhi che parlano e con un sorriso nascosto e non esibito, l’auto compiacimento della loro passione e attiva partecipazione ai riti carnevaleschi: siamo qui, sembrano dire, per divertirci e farvi divertire.
‘O massaro tiene sotto il braccio la gabbietta con un uccellino, sul modello delle zingare che offrivano le ”furtune”, rettangolini di carta di vario colore con l’oroscopo e i numeri da giocare al lotto. E’ sempre in abito lungo, con mantello, grembiulino, cpllna di perle, e un grosso foulard acconciato tipo cappello, appoggiato e fermato in testa da fermagli e stretto sotto il mento da un laccetto.
‘o Sciacquetto, sempre mentre digita i tasti della fisarmonica, in abito lungo a fiori con grembiule e scialle sfrangiato, e con un curiosissimo ed originale cappello di paglia modello orientale.

da sinistra: Teresa Berardesca, emigrata Usa (con scialle di seta ricamato bianco con frange lunghe, pettinatura a onde anni 30, orecchini pendenti); Agnese Amodeo, coniugata con Vito Barone, commerciante di tessuti (tra i capelli coroncina tipo pettenessa spagnoleggiante, orecchini pendenti, grembiulino ricamato a mano con orlo a punto quadro, scarpette con tacco basso e cinturino alla caviglia, con un cesto con manico alto ricolmo di fiori); Maddalena Masi, figlia del farmacista Agostino, poi sposata Menna a Palma Campania (fazzoletto poggiato sui capelli con forcine, vestito con gonna plissettata con grembiulino di lino ricamato a mano, con tamburello per musica carnevalesca); Pina Amodeo, sorella di Agnese (gonna pantalone con stivali, stile moderno per i tempi, camicia bianca con foulard intorno al collo, con cappello in paglia bicolore a cloche, mandolino, strumento preferito dalle giovanette di buona famiglia); Stefanina Berardesca, coniugata Stago (vestito nero lungo con merletto nero e con piumette intorno al collo e alle spalle, con cappello di paglia di Firenze nero con la cloche piegata); Arcangela Masi, poi trasferita a Roma (abito scuro con colletto di merletto macramèe, scialle in seta bianco sfrangiato lungo e collana oro); Maria Colucci, zia del compianto dott. Alfonso Bianco (pettinatura a onda con coroncina spagnoleggiante, collana di fili di perle, abito nero plissettato con scollo a V, grembiule finemente merlettato. Tra le braccia cestino arricchito di fiori).


