Il messaggio alla Diocesi di Nola per la Festa di San Paolino: giovani, ambiente, sanità, lavoro e pace al centro dell’appello del Vescovo.

Il messaggio alla Diocesi di Nola per la Festa di San Paolino: giovani, ambiente, sanità, lavoro e pace al centro dellappello del Vescovo.

Carissimi fratelli e sorelle, la pace sia con voi!

Mentre ci apprestiamo a celebrare nella gioia la ricorrenza annuale del nostro amato Patrono, il vescovo Paolino, sento il bisogno di rivolgere a tutta la nostra diocesi nolana una parola che sia al tempo stesso di consolazione e di provocazione spirituale. Consolazione, perché il Vangelo è il balsamo di speranza, necessario per le ferite che segnano il nostro cammino e che non devono mai inquinare l’immagine di quella “magnifica umanità” (Leone XIV), così come Dio l’ha sognata e affidata alla nostra cura; provocazione, perché la sollecitudine pastorale per le nostre comunità non ci permette di restare indifferenti o inermi spettatori. Dobbiamo sentirci costantemente stimolati – tutti insieme, il vescovo e ogni battezzato – dal mandato dell’apostolo Paolo: «Caritas Christi urget nos», la carità di Cristo ci spinge (2Cor 5,14). È proprio quest’ardore “missionario”, come abbiamo compreso anche nel percorso sinodale, che non ci consente di tacere di fronte al dolore del mondo, piuttosto ci chiama urgentemente a farci carico delle sue magnifiche potenzialità e incompatibili contraddizioni con coraggio evangelico e cercando sinergie con tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Restaurare la vera immagine della nostra umanità

Vi confido, anzitutto, una mia intima considerazione. In questi giorni della Festa, non posso dimenticare quanto avvenuto lo scorso marzo nella cappella dedicata al nostro Santo: il danneggiamento della sua statua lignea, causato dal gesto inconsulto di una nostra sorella, segnata da un profondo disagio psichico. Se nell’immediatezza tale episodio ha destato in tutti noi un comprensibile senso d’indignazione e di turbamento, oggi desidero che il medesimo venga accolto, in un certo senso, come una parabola feconda. La statua è stata subito affidata a mani esperte per un sapiente restauro ed è mio fervido auspicio che, quanto prima, possiamo nuovamente ricollocarla nella cattedrale, affinché la nostra comunità possa tornare a venerarla nel suo antico splendore. Tuttavia, questo tempo di attesa deve farsi per noi cammino di maturazione: quel rovinoso incidente, lungi dal dover alimentare sentimenti negativi di rabbia, condanna o di mistificazioni, può essere invece un’opportunità sapienziale per interrogarci sulla necessità di comprendere le tante, invisibili forme di sofferenza mentale e fisica che abitano il nostro tempo e le nostre città. Dobbiamo comprendere che, prima ancora di restaurare il legno della statua, siamo chiamati a restaurare la “vera immagine” di san Paolino nel cuore della nostra devozione, liberandola da ogni abitudine sterile e dal tradizionalismo disincarnato per riscoprire il volto autentico del santo vescovo che si fece servo degli ultimi e prossimo a chiunque fosse smarrito. Si tratta, anche, di restaurare la vera immagine della nostra umanità, spesso sfigurata dal male in tutta la sua tragicità. Quante forme di povertà, antiche e nuove, ci chiedono oggi di essere comprese e accolte. Penso all’accoglienza dei migranti, che troppo spesso non trovano porti e porte aperte quando lasciano il loro paese in cerca di una terra di riscatto. Mi riferisco, per esempio, alle gravi problematiche emerse circa l’installazione di un Centro Permanente per il Rimpatrio a Castelvolturno. Come vescovi campani recentemente abbiamo scelto di affrontare con maggior attenzione questi aspetti sociali e di offrire al riguardo qualche orientamento in difesa della loro dignità anche nella nostra regione. Penso ancora alle gravi carenze e disfunzioni di cui è vittima la gente comune riguardo al settore della sanità pubblica, o degli ospedali. Penso anche all’inclusione delle persone con disabilità, per le quali è ancora necessario abbattere ogni barriera architettonica e relazionale. Penso infine alla volontà politico – amministrativa di elaborare leggi che abbandonano alla solitudine e alla morte coloro che sono nelle condizioni terminali della vita, piuttosto che assicurare alle persone la pienezza delle cure palliative del dolore e l’accompagnamento solidale e fraterno nell’ultimo passaggio. Come non condividere anche il dolore di tanti, soprattutto giovani, causato nel mondo del lavoro dalle minacce occupazionali, dalla disoccupazione e dal precariato? Come non abituarci alla catastrofe di ogni guerra, continuando a pregare e sperare il disarmo e la pace? Di fronte a tutto questo e a tanto altro, non possiamo restare indifferenti: è questione di umanità ed è per noi credenti anche questione di fede.

Attualizzare la devozione: accogliere il grido dei giovani

È proprio in queste derive di umanità che la nostra pietà popolare — risorsa preziosa e cuore pulsante della nostra fede — è chiamata a fare un salto di qualità: la devozione non può ridursi a un mero attaccamento esteriore o a espressioni paganeggianti, ma deve essere il respiro di un popolo che, imitando la testimonianza dei santi, sa integrare e curare le debolezze e le fragilità di ogni epoca e condizione; il culto e la vita non sono due ambiti separabili, ma un’unica realtà che si concretizza nell’esistenza cristiana. Il nostro sguardo di chiesa deve saper abbracciare chi soffre, evitando che il disagio si trasformi in solitudine e abbandono. Non dimentichiamo mai i giovani! Il nostro Santo, per la liberazione di un giovane figlio di una vedova, non esitò a offrirsi come prigioniero e fu deportato come schiavo lontano da Nola. In questo senso, il mio pensiero va con affetto paterno ancora una volta al piccolo Domenico, di cui abbiamo celebrato la liturgia di commiato nel nostro duomo, alla famiglia della giovane Imma, di Pomigliano d’Arco, strappata alla vita a soli 22 anni da quel gesto estremo che ha lasciato tutti noi smarriti. Voglio far giungere la mia vicinanza alla mamma, alla sorella, ai tre fratelli e al fidanzato, prostrati in una sofferenza che lacera; e, nella preghiera di suffragio, affido con viva speranza al Signore anche il caro papà, affinché possa ora riabbracciare la sua amata figlia nella pace eterna del Padre, dove l’ha preceduta qualche anno fa. La tragica morte di questa ragazza e di tanti altri giovani è l’indicatore preoccupante di un mondo che, diffondendo sempre più una mentalità individualista e autoreferenziale e inseguendo il calcolo e l’efficienza, perde di vista il valore sacro della vita. Ogni giovane è per noi un dono prezioso, un mistero da custodire con tenerezza: se una ventiduenne arriva a percepire se stessa come un “peso” e non una risorsa, significa che, come comunità, abbiamo smesso di considerarli il tesoro più grande che possediamo. Dobbiamo tornare a saper intercettare e decodificare le paure e le angosce dei nostri giovani, accogliendo quello che papa Leone ha recentemente ricordato agli studenti nella sua visita pastorale all’università “La Sapienza” di Roma: «Noi siamo un desiderio, non un algoritmo». Non trascuriamo, in quest’impegno ad aiutare i ragazzi e i giovani, la risorsa aggregativa che possono rappresentare anche i comitati, le paranze e le corporazioni della Festa dei Gigli.

L’ecologia della bellezza: Paolino architetto di civiltà

La figura di San Paolino ci può offrire la chiave per interpretare questa stagione così complessa: egli fu un appassionato costruttore di civiltà e un architetto dell’amicizia. Pensiamo alla nascita delle Basiliche di Cimitile, da lui volute come luoghi di bellezza e di accoglienza dei poveri e dei forestieri, in cui lo spazio sacro diventava specchio della dignità e della promozione umana. Egli scelse di curare l’arte insegnandoci quella che potremmo definire un’ecologia della bellezza: custodire l’ambiente e gli spazi comuni significa rendere testimonianza alla “magnifica humanitas” creata da Dio. Quando Paolino abbelliva spazi abbandonati e cimiteriali, stava affermando che l’uomo non è un dato statistico, né una somma di funzioni, ma un sacrario abitato dallo Spirito: il tempio vivo di Dio. Nel cenobio di Cimitile Paolino e la moglie Terasia scelgono di abitare insieme con i poveri e i pellegrini. Così motivano la loro decisione: «Il piano terra è sempre aperto a tutti i bisognosi, sicché noi, che abitiamo al di sopra, possiamo porgere ai poveri ogni premura e nutrimento, mentre essi con i loro meriti recano salutare ristoro nelle nostre spirituali ferite: noi ci prendiamo cura dei loro corpi essi, con la preghiera assicurano la salvezza della casa dove sono ospitati» (Carme XXI). Troviamo in queste parole uno stile di servizio ai poveri autenticamente evangelico che mantiene insieme quella relazione di reciprocità e soprattutto quel compito di promozione spirituale che ci è chiesto come nostro specifico di discepoli del Signore. Papa Leone XIV, infatti, nella sua prima Enciclica – che arricchisce il magistero della Dottrina Sociale della Chiesa e che incoraggio tutti a leggere e meditare attentamente – ci avverte con forza profetica: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (Magnifica Humanitas, n. 1).

Il grido della terra e la responsabilità verso il creato

Oggi, quella torre di Babele prende le forme di un territorio martoriato dagli scempi ambientali e dall’inquinamento, che minano la salute di troppe famiglie. Su questo punto il santo Padre, durante la sua recente visita ad Acerra, è stato inequivocabile: «Non esiste vera pace dove il grido dei poveri resta soffocato e dove la terra, violentata, smette di essere madre per diventare discarica di iniquità». Custodire il creato, dunque, è parte dell’unica missione di evangelizzazione alla quale siamo chiamati e che il cammino sinodale ci ha incoraggiato ad intraprendere con rinnovato slancio. Come Paolino, che trasformò il deserto in giardino attraverso la cura dell’arte e l’edificazione della comunità, anche noi dobbiamo ricomporre la frattura tra vita e territorio, persona umana e bene comune. È questo il nuovo umanesimo cristiano, ricordando sempre che: «L’uomo senza Cristo è polvere ed ombra» (Carme X, 289). Prendiamoci cura della nostra città! Non accada di sporcarla disseminando rifiuti ovunque. Non dimentichiamo che le nostre feste religiose devono curare anche l’impatto e la sostenibilità ambientale. Un’attenzione particolare chiedo, pertanto, per il rispetto della quiete pubblica, soprattutto notturna, e per vigilare che l’accensione dei fuochi pirotecnici non ci faccia derogare alla responsabilità di non inquinare l’atmosfera. La venuta del Papa nella cosiddetta “terra dei fuochi” sia l’occasione per riflettere e per scegliere di non accendere mai più niente di tossico. Amiamo e proteggiamo la nostra “casa comune”.

Appello alla politica: la vocazione al bene comune

In questa consapevolezza, rivolgo un augurio e un appello accorato ai nuovi Sindaci appena eletti e agli amministratori pubblici dei Comuni della nostra diocesi: Vi affido all’intercessione di San Paolino che ha conosciuto e vissuto bene l’arte della politica, ricoprendo la carica di console imperiale e successivamente di governatore della Campania. Il vostro mandato non è l’esito di una vittoria elettorale, ma una vocazione alta alla quale siete chiamati. Siate a servizio di tutti, senza restare imprigionati dal consenso del vostro elettorato o da logiche clientelari e di privilegi. La politica sia il luogo dove si cura la fragilità, l’attenzione alle famiglie secondo il principio della sussidiarietà; dove il diritto alla salute diventa priorità assoluta e dove il decoro della città, anche attraverso la promozione della raccolta differenziata dei rifiuti, diventa specchio del rispetto supremo per la vita umana. Vi invito pertanto a studiare e diffondere la Dottrina Sociale della Chiesa, bussola indispensabile per la costruzione del bene comune. Nei parroci e negli operatori pastorali dei comuni che amministrate potrete trovare delle preziose collaborazioni, purché sia sempre garantito il rispetto delle reciproche autonomie e delle differenze dei ruoli. A tal fine chiedo ai sacerdoti e ai laici impegnati di rendere sempre le nostre parrocchie non semplici spazi di aggregazione occasionale, ma vere e proprie palestre di vita cristiana. Come amava ripetere San Giovanni XXIII, la parrocchia deve essere “la fontana del villaggio”, dove si attinge l’esperienza dell’autentica umanità. In particolare, il Consiglio Pastorale Parrocchiale diventi, con audacia, il luogo del discernimento comunitario, in una sinergia operativa e costante con le istituzioni civili per la cura coraggiosa della città e la costruzione della Civiltà dell’amore. Non possiamo delegare l’annuncio: la fondazione di una città a misura d’uomo, una città dove Dio abita, inizia da ciascuno di noi, dal nostro ostinato rifiuto ad essere spettatori del declino e dal nostro scegliere di farci, insieme, instancabili artigiani di una comunità che non lascia nessuno indietro.

L’amicizia come architettura di pace

Invito tutti, pertanto, a riscoprire e intensificare l’amicizia sincera come architettura della pace. Paolino, universalmente definito a ben diritto il “santo dell’amicizia”, attraverso le sue Lettere e i Carmi, ha costruito ponti laddove il mondo vedeva solo confini e barriere. In un tempo attuale che ci spinge all’isolamento, l’amicizia cristiana è ancora una rivoluzione che ci permette di abbattere i muri dell’indifferenza, dell’autoreferenzialità e dell’esclusione. Siamo chiamati a essere una Diocesi di “amici nel Signore”, capace di accogliere la complessità senza smarrire la gioia dell’incontro. Spero veramente che la nostra amata Nola, come città e come diocesi, nel segno di San Paolino, non perda mai la sua identità di “Crocevia delle Genti”, un avamposto di questo nuovo umanesimo in Cristo: sia attenta ai fragili, custode della bellezza del creato, accogliente verso i migranti, instancabile nel curare le ferite del corpo e dello spirito, e ferma nel testimoniare che la vita, ogni vita, è il bene più prezioso che abbiamo.

Carissimi fratelli e sorelle, il mio augurio per questa nostra festa si fa ora preghiera affinché l’autentica devozione paoliniana diventi volontà di riscatto per il nostro territorio. Il Signore della vita ci benedica in questa missione, la Vergine Maria Madre della Chiesa ci accompagni e San Paolino, cantore della magnifica umanità, interceda per noi.