100 anni dalla pubblicazione della “Rivoluzione meridionale” di Guido Dorso

100 anni dalla pubblicazione della “Rivoluzione meridionale” di Guido Dorso

di Pellegrino Palmiero

A cento anni dalla pubblicazione de La rivoluzione meridionale, il capolavoro di Guido Dorso, la sensazione è quella di trovarsi davanti non soltanto a un’opera di analisi politica e sociale, ma a una vera e propria profezia. L’Irpinia continua a perdere abitanti. Migliaia di giovani lasciano ogni anno il Mezzogiorno alla ricerca di opportunità che spesso non riescono a trovare nella propria terra. Interi paesi delle aree interne si spopolano progressivamente. La popolazione invecchia, i servizi diminuiscono e la sensazione diffusa è quella di un declino che sembra inarrestabile. Eppure, già un secolo fa, un intellettuale avellinese aveva individuato con straordinaria lucidità le cause profonde di questo fenomeno. Guido Dorso pubblicò La rivoluzione meridionale nel 1925. In un’epoca segnata da profonde trasformazioni politiche e sociali, egli sostenne una tesi che ancora oggi conserva una sorprendente attualità: il problema principale del Mezzogiorno non era la mancanza di risorse, ma la qualità delle sue classi dirigenti.
Secondo Dorso, il Sud era prigioniero di un sistema fondato sulle clientele, sui favori personali, sulle relazioni di dipendenza politica e sull’assenza di una reale selezione meritocratica della classe dirigente. Chi occupava posizioni di potere tendeva a perpetuare sé stesso, privilegiando l’appartenenza rispetto alla competenza e la fedeltà rispetto al merito.
Per questo motivo Dorso parlava di una “rivoluzione meridionale”. Non una rivoluzione armata, ma una rivoluzione civile e democratica capace di generare una nuova classe dirigente composta da uomini e donne selezionati per capacità, preparazione e senso delle istituzioni. A distanza di cento anni, è difficile non riconoscere l’attualità di quella analisi. Naturalmente il Mezzogiorno del 2026 non è quello del 1925. Esistono università, centri di ricerca, imprese innovative e professionalità di altissimo livello. Tuttavia, molte delle criticità denunciate da Dorso sembrano essersi ripresentate sotto forme diverse. Troppo spesso il merito continua a essere subordinato alle appartenenze. Troppo spesso i giovani più preparati sono costretti a cercare altrove le opportunità che non trovano nella propria terra. Troppo spesso il dibattito politico si concentra sugli equilibri di potere piuttosto che sulle grandi questioni che riguardano il lavoro, lo sviluppo, la sanità, la scuola e il futuro delle comunità. L’Irpinia rappresenta in questo senso un caso emblematico. Una provincia ricca di storia, cultura, competenze e risorse umane che continua però a fare i conti con il fenomeno dello spopolamento e con la difficoltà di trattenere le proprie energie migliori. Dorso aveva compreso che nessun territorio può crescere davvero quando il talento è costretto a emigrare e quando la selezione della classe dirigente non avviene sulla base delle competenze. Aveva capito che il sottosviluppo economico è spesso il riflesso di un sottosviluppo politico e civile. Per questo, a cento anni dalla pubblicazione della sua opera più importante, La rivoluzione meridionale non appare come un documento storico da conservare negli archivi, ma come una straordinaria chiave di lettura del presente. Forse la domanda che Guido Dorso continua a rivolgere all’Irpinia e al Mezzogiorno è la stessa di allora: siamo davvero riusciti a costruire quella classe dirigente moderna, competente e autonoma che avrebbe dovuto guidare il riscatto del Sud? La risposta, osservando la realtà che ci circonda, resta ancora aperta. Ed è proprio questa la forza della sua eredità intellettuale: aver descritto con cento anni di anticipo problemi che, purtroppo, continuano a interrogare il nostro presente.