Quanto incide la cultura sul reddito? Campania e Irpinia a confronto

Quanto incide la cultura sul reddito? Campania e Irpinia a confronto

di Nando Silvestri

Ha senso quantificare il valore economico della cultura per comprenderne l’impatto sul territorio? Assolutamente sì. La cultura è un comparto con una sua autonoma capacità di sviluppo, in grado di generare ricadute che si diffondono a cascata in tutti gli altri settori. L’Italia, da questo punto di vista, possiede un patrimonio immenso e la Campania ne rappresenta una delle punte di diamante, erede com’è della Campania Felix e dell’intreccio di civiltà greca, etrusca, opica e osca che l’hanno attraversata.
E l’Irpinia? All’interno della stessa Campania la provincia di Avellino costituisce quasi un caso a sé, con un’identità culturale dalle caratteristiche davvero peculiari e di notevole interesse.
Se la cultura fosse considerata una provincia a sé stante, sarebbe la terza più ricca d’Italia. Il Sistema Produttivo Culturale e Creativo genera infatti il 6,8% del PIL nazionale, ovvero della ricchezza del Paese. Se a questo si aggiunge tutto l’indotto che mette in moto ristorazione, ricettività, trasporti, bar, servizi e tecnologia si arriva al 15,4% della ricchezza complessiva del Paese. In pratica, per ogni euro investito in cultura, se ne producono 1,7 nel resto del sistema economico. Dunque, investire in cultura e’ redditizio perché produce quella che in economia si definisce “leva operativa”.
In Campania il dato cambia ma il segnale è ancora più significativo. Qui la cultura pesa per il 4,6% sul reddito regionale. Un valore inferiore alla media nazionale, ma il più elevato di tutto il Sud Italia. Ed è soprattutto l’unica regione meridionale in crescita: +12,3% di imprese culturali negli ultimi cinque anni, a fronte di un +3,1% su scala nazionale. In altre parole, la Campania incontra più difficoltà nel generare reddito, ma quando lo fa attraverso la cultura, mostra un dinamismo superiore a quello del Nord.
All’interno di questo quadro, Avellino rappresenta un’anomalia. Il reddito pro capite irpino è il più alto della Campania, circa 14.000 euro pro capite contro una media regionale di 12.900 euro. Ma anche la quota di occupati nel settore culturale è superiore a quella di Napoli e Caserta: 1,1% contro l’1,0% regionale.
Cosa significa questo in termini concreti? Che l’Irpinia genera una porzione di ricchezza culturale proporzionalmente più contenuta rispetto al suo reddito complessivo, stimabile tra il 3,8 e il 4% contro il 4,6% regionale, ma lo fa impiegando più persone. Meno concentrazione di grande industria culturale, più lavoro culturale diffuso sul territorio.
È il modello del borgo: non grandi volumi di fatturato, ma occupazione stabile e radicata. Più persone che rimangono a lavorare in Irpinia nelle imprese culturali significano più consumi nei bar e nei ristoranti, più acquisti che alimentano l’intera filiera, dall’approvvigionamento alla distribuzione fino all’investimento. Un circolo virtuoso che in economia prende il nome di moltiplicatore keynesiano. In sintesi: il potenziale culturale irpino produce più effetti benefici che restano sul territorio che ricchezza che si disperde esternamente al territorio stesso.