
![]()
Nel giorno dell’anniversario dell’assassinio, il ricordo del magistrato ucciso dalla Stidda il 21 settembre 1990: «Un servitore dello Stato che sacrificò la propria vita per la giustizia, la legalità e la libertà».
«Picciotti, cosa vi ho fatto?». Sarebbero state queste le ultime parole pronunciate dal giudice Rosario Livatino prima di essere raggiunto dal colpo fatale. A ricordarne la figura, il sacrificio e la profonda fede è Filomeno Caruso.
Rosario Livatino nacque a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 3 ottobre 1952. Figlio di Vincenzo, dipendente dell’esattoria comunale e laureato in Giurisprudenza, e di Rosalia Corbo, studiò all’Università di Palermo, dove il 9 luglio 1975 conseguì la laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode. Nel 1986 ottenne anche la laurea in Scienze politiche nello stesso ateneo.
Entrato in magistratura, prestò servizio prima a Caltanissetta e successivamente ad Agrigento. In poco più di dieci anni affrontò le organizzazioni criminali attive nella provincia, concentrando il proprio lavoro anche sulla nascente e pericolosa Stidda, radicata nell’area compresa tra Agrigento e Gela.
Fu proprio la Stidda a decretarne la morte. Era il 21 settembre 1990 quando Livatino, come ogni mattina, stava raggiungendo Agrigento da Canicattì a bordo della sua Ford Fiesta amaranto. Viaggiava senza scorta lungo la strada statale 640.
Al chilometro 10, l’automobile del magistrato venne affiancata e speronata dal commando. Livatino tentò disperatamente di salvarsi, abbandonando la vettura e cercando riparo nella scarpata. I sicari lo inseguirono e lo uccisero. In quel luogo, oggi, una stele ricorda il sacrificio di un servitore dello Stato.
Dell’omicidio fu testimone Pietro Nava, imprenditore lombardo che si trovava casualmente sulla strada. La sua testimonianza si rivelò determinante per le indagini e contribuì all’individuazione e all’arresto dei responsabili.
Tra gli assassini figurava Gaetano Puzzangaro, appartenente alla criminalità organizzata di Palma di Montechiaro. Dopo il pentimento e un percorso di conversione, Puzzangaro ha offerto il proprio contributo anche alla causa di beatificazione del magistrato.
Rosario Livatino è stato il primo magistrato proclamato beato nella storia della Chiesa cattolica. La cerimonia di beatificazione si è svolta il 9 maggio 2021 nella Cattedrale di Agrigento. La camicia che indossava il giorno dell’assassinio, rimasta intrisa di sangue, è divenuta una reliquia.
«Livatino era un servitore dello Stato e un uomo di profonda fede, capace di unire il rigore umano all’applicazione del diritto. Credeva nella giustizia, nella legalità e nella libertà», dichiara Filomeno Caruso.
Tra i suoi appunti personali è rimasta una frase che ne sintetizza il pensiero: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Parole che legano la fede alla coerenza e alla responsabilità delle azioni quotidiane.
Livatino scriveva anche: «La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità, che è la legge dell’amore: amore verso il prossimo e verso Dio».
«Questo era il giudice Livatino, il “giudice ragazzino”: un uomo dello Stato che ha servito le istituzioni e ha sacrificato la propria vita per affermare i valori della giustizia e della legalità, uniti alla fede in Dio, indispensabili per una libertà autentica», prosegue Caruso.
Il ricordo si chiude con le parole del Vangelo: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati».
«L’uomo potrà sfuggire alla giustizia umana, ma non a quella divina. Chi riesce a evitare le leggi o i tribunali non potrà mai sottrarsi al giudizio di Dio», conclude Filomeno Caruso.