“ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA” Terza puntata — L’annuncio dei giochi

ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA Terza puntata — L’annuncio dei giochi

Ci sono luoghi che attraversiamo pensando a ciò che resta. Poi, fermandoci a guardarli, nasce una domanda: com’era la vita qui, quando queste pietre erano parte di una città viva?

Da questa curiosità nasce “Abella, i giorni dell’arena”, la nuova serie di racconti a puntate che Binews dedica all’anfiteatro avellano e al mondo dell’antica Abella.

Terza puntata — L’annuncio dei giochi

«Dove avresti dovuto esserci tu.»

Le parole di Valerio rimasero sospese nel corridoio.

Lucio guardava Tito. Il maestro fissava la mano chiusa dell’altro uomo, quella che nascondeva l’anello di suo padre.

«Di che cosa sta parlando?» domandò il giovane.

Tito fece un passo verso la lucerna.

«Non qui.»

«Allora dove?»

Valerio infilò l’anello nella veste.

«Quando avrete finito di scegliere il posto giusto, forse sarà troppo tardi.»

Se ne andò senza aggiungere altro.

Lucio cercò di seguirlo, ma Tito gli sbarrò il passaggio.

«Lasciami.»

«Non ti darà risposte se lo insegui.»

«E tu me le darai?»

Il vecchio abbassò il braccio.

«Domani. Prima degli esercizi.»

Lucio lo osservò a lungo.

Poi annuì, senza promettere di credergli.

La mattina seguente, Tito non si presentò nell’arena.

Al suo posto arrivò Rufo, il responsabile della compagnia, con una tavoletta sotto il braccio e un uomo alle spalle.

Lucio lo conosceva: la tunica chiara, i capelli grigi, l’anello pesante. Era quello che, al suo arrivo, gli aveva preso il mento tra le dita.

Questa volta indossava una toga accuratamente sistemata.

«Marco Elio Varo», mormorò Elio.

«Lo conosci?»

«Ho sentito il nome da Rufo. È lui che paga i giochi.»

Varo avanzò fino al centro dell’arena. Guardò le gradinate, gli ingressi e gli operai intenti a trasportare tavole.

«Voglio tutti i lavori terminati entro cinque giorni.»

Rufo annuì.

«E gli uomini?»

«Saranno pronti.»

Varo si voltò verso i gladiatori.

«Abella avrà uno spettacolo che ricorderà a lungo.»

Pronunciò la frase con calma. Poi sorrise, come se l’avesse già sentita applaudire.

Lucio ed Elio uscirono poco dopo, incaricati di ritirare del cuoio da una bottega. Con loro camminava un sorvegliante che si fermava a ogni banco.

La città aveva cambiato voce.

All’angolo di una strada, un uomo stendeva una mano di calce su un muro per prepararlo a una scritta. Davanti alle botteghe venivano spazzate le soglie. Due donne discutevano di parenti che sarebbero arrivati dai villaggi vicini.

Nella piazza si era raccolta una folla.

Un banditore salì su un gradino e sollevò un rotolo. Varo prese posto accanto a lui.

«Cittadini di Abella!»

Le conversazioni si abbassarono.

Il banditore annunciò i giochi, nominò il finanziatore e promise combattimenti degni dei più grandi spettacoli.

Un venditore di nocciole spostò il proprio cesto per vedere meglio. Un bambino cercò di salire su un muretto; sua madre lo afferrò per la tunica.

Elio si piegò verso Lucio.

«È strano sentirli parlare di noi.»

Lucio guardò le persone sorridere.

Per loro, quelle parole significavano una festa, ospiti da accogliere, qualcosa da raccontare la sera.

Per lui significavano un nome ancora sconosciuto, scritto accanto al proprio.

Varo fece un cenno al banditore e prese la parola.

«Ho voluto offrire questi giochi alla nostra città. Chi verrà ad Abella dovrà ricordare l’accoglienza dei suoi abitanti e il valore dei suoi uomini.»

Gli applausi coprirono la fine della frase.

Una donna rivolse a Elio un’occhiata curiosa.

«Siete della compagnia?»

Il ragazzo annuì.

Lei pescò nel cesto alcune nocciole e gliele mise in mano.

«Allora mangiate. Siete troppo magri.»

Elio sorrise, sorpreso.

Lucio ne prese una e la tenne tra le dita.

Dietro il banditore, Varo aveva smesso di guardare la folla.

Guardava lui.

Al ritorno, Tito li aspettava vicino agli scudi.

Lucio lasciò il cuoio sul tavolo.

«Avevi detto prima degli esercizi.»

«Lo so.»

Elio esitò, poi si allontanò.

Tito si sedette. Quel giorno sembrava più vecchio.

«Tuo padre mi riparava gli attrezzi», cominciò. «Quando ancora combattevo, passavo dalla sua bottega. Sapeva sistemare una cassa senza lasciare un chiodo dove non dovesse esserci.»

Lucio strinse la nocciola nel palmo.

«Non mi ha mai parlato di te.»

«Non ero l’unico cliente.»

Il giovane aspettò.

«Un giorno mi chiese di accompagnarlo a un incontro. Aveva dei documenti da consegnare e non si fidava dell’uomo che lo aveva convocato.»

«Che documenti?»

«Conti. Ricevute. Non mi disse tutto.»

«E tu?»

Tito passò una mano sulla fasciatura del ginocchio.

«Avevo un lavoro. Dovevo partire con una compagnia. Gli dissi che avremmo trovato un altro giorno.»

Lucio ricordò la frase di Valerio.

«Quando tornai, la bottega era chiusa», continuò il maestro. «Seppi che lo avevano portato via.»

«Chi lo aveva convocato?»

Tito guardò verso il passaggio.

Rufo stava discutendo con un operaio.

«Questo non lo so.»

Lucio cercò nel suo volto il segno di una menzogna.

Trovò soltanto vergogna. Non gli bastò.

«Cerca di ricordarlo.»

Quel pomeriggio gli allenamenti si svolsero davanti a un pubblico inatteso.

Varo aveva portato due ospiti. Sedevano all’ombra, mentre Rufo spiegava le qualità degli uomini come se mostrasse animali da acquistare.

Lucio ed Elio ripeterono un esercizio di difesa. Il polso dell’amico era ancora dolente; Lucio ridusse la forza dei colpi.

«Più decisione», ordinò Rufo.

Tito intervenne.

«È un esercizio, non un incontro.»

Uno degli ospiti rise.

Varo non rise.

Dopo qualche minuto fece chiamare Valerio. Gli parlò lontano dagli altri, indicando prima le gradinate e poi Lucio.

Il giovane perse il ritmo. La spada di Elio gli toccò la spalla.

«Guarda me», gli sussurrò l’amico.

Lucio tornò in posizione.

ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA Terza puntata — L’annuncio dei giochiQuella sera, quando gli altri cominciarono a mangiare, Rufo gli ordinò di prendere una cassa.

«La porti a casa di Varo. Vuole vedere gli elmi da parata.»

«Adesso?»

«Ti sta aspettando.»

La casa di Varo aveva un ingresso ampio e una porta che si chiudeva senza cigolare.

Lucio la notò subito. Suo padre avrebbe apprezzato le giunture.

Un servo lo condusse lungo un corridoio e gli indicò dove appoggiare la cassa.

«Rimani qui. Dovrai riportarla.»

Lucio si sedette su uno sgabello.

Da una stanza vicina arrivavano le voci di Rufo e Varo. La porta era accostata.

«Il ragazzo non è pronto», stava dicendo Rufo.

«Lo avete detto entrambi. Ho sentito.»

«Se volete un duello memorabile, ci sono uomini migliori.»

Una pausa.

Poi il rumore di qualcosa posato su un tavolo.

«Questa è la metà concordata», disse Varo. «Il resto dopo l’incontro.»

Lucio smise di muovere la nocciola tra le dita.

«Valerio non accetterà ogni ordine», rispose Rufo.

«Valerio ha già accettato di tornare.»

«Perché gli avete promesso i suoi documenti.»

«E li avrà. Quando avrà fatto ciò che serve.»

Lucio si alzò lentamente.

Dalla fessura vide una borsa, tavolette legate e il volto di Rufo.

«E se il giovane chiede di essere risparmiato?» domandò il responsabile della compagnia.

Varo sistemò una delle cordicelle sul tavolo.

«Quella decisione spetta a me.»

Rufo non rispose subito.

«Tito farà domande.»

«Tito ha imparato a partire quando qualcuno ha bisogno di lui.»

Lucio sentì la gola chiudersi.

Poi Varo pronunciò un nome.

Il nome di suo padre.

Un rumore nel corridoio lo costrinse ad arretrare.

Il servo tornava con una lucerna.

«La cassa», disse.

Lucio la sollevò. Il legno gli premette contro il petto; dentro, gli elmi tintinnarono.

La porta della stanza si aprì.

Varo comparve alle spalle del servo.

«Hai aspettato molto?»

«No.»

«Hai sentito qualcosa?»

Lucio cercò il suo volto.

«Parlavate dei giochi.»

Varo sorrise.

«Tutta Abella parla dei giochi.»

Gli posò una mano sulla cassa.

«Abbi cura di questi elmi. Sono costosi.»

Solo quando fu in strada Lucio si accorse di aver lasciato la nocciola sullo sgabello.

Non tornò a prenderla.

Elio lo aspettava vicino all’ingresso degli alloggi.

«Che cosa è successo?»

Lucio posò la cassa.

«Devono farmi combattere contro Valerio.»

L’amico si irrigidì.

«Lo hai sentito?»

Lucio annuì.

Gli raccontò della borsa, dei documenti promessi e della domanda di Rufo.

Non disse subito del padre. Aveva bisogno di pronunciare quelle parole quando fossero stati soli.

Elio guardò il corridoio.

«Andiamo da Tito.»

«Prima devo trovare Valerio.»

«Vengo con te.»

Lucio non protestò.

Lo trovarono seduto vicino all’arena. Aveva tolto il mantello e teneva tra le mani una ciotola ancora piena.

«Sono stato a casa di Varo», disse Lucio.

Valerio sollevò la testa.

«Ti ha mandato lui?»

«Ho sentito il vostro accordo.»

L’uomo si alzò.

Elio rimase accanto all’amico.

«Ti darà dei documenti dopo il combattimento», continuò Lucio. «In cambio di che cosa?»

Valerio guardò i due ragazzi, poi gli ingressi.

«Abbassa la voce.»

«Ha nominato mio padre.»

La ciotola cadde dalla mano dell’uomo e si rovesciò sulla sabbia.

Per la prima volta Lucio vide Valerio perdere il controllo del proprio volto.

«Che cosa ha detto?»

Il giovane rispose scandendo ogni parola:

«Che finché suo figlio resterà qui, il falegname continuerà a lavorare.»

Valerio chiuse gli occhi.

Lucio gli afferrò il braccio.

«Mio padre è vivo?»

L’uomo non riuscì a guardarlo.

Dalle strade di Abella arrivò un ultimo richiamo del banditore. Annunciava la festa, gli ospiti, i grandi combattimenti.

Nell’arena vuota, Lucio aspettò una sola risposta.

Continua nella quarta puntata: “La notte prima”.

Racconto di fantasia ambientato nell’antica Abella. Personaggi, accordi e vicende sono immaginari.