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Ci sono luoghi che attraversiamo pensando a ciò che resta. Poi, fermandoci a guardarli, nasce una domanda: com’era la vita qui, quando queste pietre erano parte di una città viva?
Da questa curiosità nasce “Abella, i giorni dell’arena”, la nuova serie di racconti a puntate che Binews dedica all’anfiteatro avellano e al mondo dell’antica Abella.
Seconda puntata — La scuola della sabbia
Lucio riconobbe prima il sorriso.
Il mantello era diverso, i capelli più corti. Anche il volto era cambiato: una cicatrice attraversava il sopracciglio e scendeva verso la tempia. Ma quel sorriso era rimasto uguale.
Lo aveva visto sulla soglia di casa, il giorno in cui suo padre era stato portato via.
Allora Valerio indossava una cintura da cui pendeva una spada. Dietro di lui aspettavano due uomini. Suo padre aveva posato sul tavolo una ciotola appena intagliata e aveva domandato se potesse salutare il figlio.
Gli avevano concesso il tempo di una mano sulla spalla.
Poi la strada li aveva inghiottiti.
«Lucio.»
La voce di Tito lo riportò nell’anfiteatro.
Il maestro era accanto a lui.
«Prendi lo scudo.»
Lucio non si mosse.
Valerio, dall’altra parte dell’arena, lo osservava.
«Lo conosci?» domandò Tito a bassa voce.
«Sì.»
Il vecchio aspettò, ma Lucio non aggiunse altro.
«Allora oggi avrai un motivo in più per ascoltarmi.»
Tito tracciò con il bastone due linee sulla sabbia e fece disporre Lucio ed Elio uno di fronte all’altro.
«Avanzate. Arretrate. Senza incrociare i piedi.»
Elio eseguì il primo passo troppo in fretta.
«Di nuovo.»
Lucio si voltò verso Valerio.
«Di nuovo anche tu», disse Tito.
Ripeterono l’esercizio finché il sole superò il bordo delle gradinate. Il sudore scendeva lungo la schiena e la sabbia entrava nei sandali.
Elio sbuffò.
«Quando ci dai le spade?»
«Quando smetterete di cadere senza bisogno di essere colpiti.»
Poco lontano Valerio lavorava contro un palo da esercizio. I suoi movimenti erano brevi. Nessun gesto largo, nessuna fretta. Dopo ogni colpo tornava nella posizione iniziale.
Lucio cercava di guardarlo senza farsi notare.
Tito gli toccò il petto con la punta del bastone.
«Lui è laggiù. Il tuo esercizio è qui.»
«Non sto facendo niente.»
«Appunto.»
Elio abbassò la testa per nascondere un sorriso.
All’alba, le brocche appoggiate a terra. Poi il trascinarsi dei piedi sulla sabbia, i colpi delle spade di legno, il bastone di Tito.
A metà mattina arrivavano gli operai. Riparavano, trasportavano, chiedevano spazio. Per loro l’arena era un luogo di lavoro come un altro.
Lucio li invidiava quando, al tramonto, raccoglievano gli attrezzi e tornavano a casa.
Lui restava.
La sera divideva con Elio il compito di controllare gli scudi. Ne tastavano le cinghie, cercavano fessure nel legno e mettevano da parte quelli da riparare.
«Tuo padre faceva questo?» gli chiese Elio, osservandolo lavorare.
«Costruiva ciotole. E qualche mobile.»
«Come lo sai che qui il legno cederà?»
Lucio passò un dito lungo una venatura.
«L’ho visto fare.»
Elio gli porse un altro scudo.
«Allora guarda anche il mio. Preferisco che cada io, prima di lui.»
Lucio riconobbe la cinghia che avevano riparato insieme il giorno del suo arrivo. Tirò il cuoio, controllò il nodo.
«Tiene.»
Elio annuì.
Quella sera gli raccontò il nome di sua sorella. Si chiamava Livia e, quando voleva qualcosa, gli tirava la tunica finché lui non si arrendeva.
Lucio ascoltò.
Poi, senza sapere perché proprio in quel momento, disse:
«Valerio ha portato via mio padre.»
Elio smise di lavorare.
«Quando?»
«Due anni fa.»
«Sai dov’è adesso?»
Lucio scosse la testa.
Dal cortile arrivò una risata. Per un istante credette fosse quella di Valerio.
Elio gli restituì lo scudo.
«Non andare da lui da solo.»
Tito aveva affidato a Valerio alcuni esercizi con i più giovani. Dovevano imparare a resistere alla pressione dello scudo senza perdere l’equilibrio.
«Poco alla volta», aveva raccomandato il maestro.
Valerio cominciò con Elio.
Il ragazzo piantò i piedi nella sabbia e sollevò lo scudo da esercizio. Al primo urto arretrò mezzo passo.
«Troppo leggero», disse Valerio.
Elio tornò avanti.
Il secondo urto fu più forte.
Lucio, in attesa poco distante, vide il braccio dell’amico piegarsi. Poi sentì un rumore secco.
La cinghia cedette.
Lo scudo ruotò, Elio cercò di trattenerlo e perse l’appoggio. Cadde sulla sabbia. La spada di legno gli sfuggì di mano.
Valerio si fermò sopra di lui.
«Se fosse accaduto durante i giochi—»
«Basta.»
Lucio era già inginocchiato accanto all’amico.
«Riesci a muovere il braccio?»
Elio annuì, con il fiato corto.
Tito arrivò e allontanò Valerio con un gesto.
Lucio raccolse la cinghia. La sera prima l’aveva controllata.
Il cuoio era aperto lungo un bordo.
«Era buona», disse.
Valerio lo guardò.
«Adesso non lo è più.»
Lucio si alzò.
«Che cosa le hai fatto?»
Il silenzio si allargò attorno a loro.
Valerio fece un passo avanti.
«Ripetilo.»
Lucio sentì la mano di Tito chiudersi sul suo polso.
«A me la cinghia.»
«L’ho controllata ieri.»
«Allora me lo racconti. Prima, dammela.»
Il maestro esaminò il cuoio senza parlare. Passò il pollice sul punto spezzato, poi lo ripiegò nel palmo.
«Gli esercizi finiscono qui.»
Valerio raccolse il proprio scudo.
«Con questi ragazzi perdi tempo.»
Tito sollevò gli occhi.
«Il tempo degli allenamenti lo decido io.»
Seduto all’ombra, teneva sul braccio un panno bagnato.
Lucio camminava avanti e indietro.
«Smettila», disse l’amico.
«L’ha fatto apposta.»
«Non lo sai.»
«La cinghia teneva.»
«Può essersi rovinata.»
Lucio si fermò.
«Lo difendi?»
Elio lo guardò con una stanchezza che lo fece vergognare.
«Sono io quello caduto. Vorrei capire prima di decidere.»
Lucio si sedette accanto a lui.
Per un po’ ascoltarono l’acqua gocciolare dal panno.
«Hai ragione», disse infine.
Elio gli porse la brocca.
«Questo non significa che mi piaccia.»
Lucio bevve, poi bagnò di nuovo il tessuto.
Rimasero lì fino a quando Tito tornò a controllare il polso.
Il vecchio non aveva più la cinghia con sé.
Tito lo mise davanti al palo e gli ordinò di ripetere una sequenza semplice: protezione, passo, colpo, ritorno.
Alla decima ripetizione Lucio colpiva più forte.
Alla ventesima smise di tornare in posizione.
Tito gli prese la spada di legno.
«Per oggi basta.»
«Posso continuare.»
«Lo vedo.»
Il maestro aspettò che riprendesse fiato.
«Quella notte, prima dell’arrivo di Valerio, ti ho sentito discutere», disse Lucio.
Tito rimase immobile.
«Vogliono farmi combattere contro di lui?»
«Stanno scegliendo gli incontri.»
«E tu hai detto di no.»
«Ho detto che non sei pronto.»
Lucio guardò la sabbia smossa attorno al palo.
«Perché lui era venuto a casa mia?»
«Questo devi chiederlo a lui.»
«Tu sai qualcosa.»
Tito si voltò verso gli ingressi.
«So che un uomo può entrare in una casa per conto di qualcuno e finire, qualche anno dopo, venduto a qualcun altro.»
Lucio cercò il volto del maestro.
«Valerio?»
Tito gli restituì la spada.
«Pulisci il legno. Hai aperto una scheggia sull’impugnatura.»
Trovò Valerio sotto un passaggio, vicino a una lucerna. Aveva il mantello sulle spalle e stava facendo girare qualcosa tra le dita.
L’uomo non sembrò sorpreso.
«Avevo capito chi eri.»
Lucio tirò fuori il piccolo manico spezzato che portava nella veste.
«Questo era suo.»
Valerio lo osservò.
Il sorriso scomparve.
«Faceva un lavoro pulito.»
«Dov’è?»
Dall’arena arrivò una voce. Qualcuno chiamava un compagno per la cena.
Valerio aspettò che il rumore cessasse.
«Quando lo presi in consegna, era vivo.»
Lucio avanzò.
«Quando lo lasciasti?»
L’uomo chiuse la mano sull’oggetto che teneva.
«Se vuoi risposte, devi riuscire ad ascoltarle.»
«Sono due anni che aspetto.»
Valerio abbassò gli occhi. Poi aprì il palmo.
C’era un anello di bronzo.
Lucio lo riconobbe: sul bordo era inciso un piccolo pesce, consumato dall’uso. Suo padre lo toglieva quando lavorava il legno e lo appoggiava sempre nello stesso angolo del tavolo.
Il giovane tese la mano.
Valerio la ritirò.
«Non ancora.»
Lucio sentì salire la rabbia.
«Ti è bastato portarlo via? Devi tenerti anche questo?»
Un passo risuonò nel corridoio.
Tito comparve dietro di loro.
Guardò l’anello e impallidì.
«Dove l’hai preso?»
Valerio richiuse le dita.
«Dove avresti dovuto esserci tu.»
Lucio si voltò verso il maestro.
Tito non lo guardava.
E per la prima volta, da quando era arrivato ad Abella, il giovane ebbe paura di conoscere la risposta.
Continua nella terza puntata: “L’annuncio dei giochi”.
Racconto di fantasia ambientato nell’antica Abella. Personaggi e vicende sono immaginari.
