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Ci sono luoghi che attraversiamo pensando a ciò che resta. Poi, fermandoci a guardarli, nasce una domanda: com’era la vita qui, quando queste pietre erano parte di una città viva?
Da questa curiosità nasce “Abella, i giorni dell’arena”, la nuova serie di racconti a puntate che Binews dedica all’anfiteatro avellano e al mondo dell’antica Abella.
Quinta puntata — Il primo duello
Lucio riconobbe le mani.
Prima del volto, prima dei capelli diventati quasi bianchi, vide le dita appoggiate sulle ginocchia. Il pollice destro aveva una piccola deviazione, il ricordo di un colpo ricevuto in bottega molti anni prima.
Suo padre diceva che quell’incidente gli aveva insegnato a rispettare il martello.
Adesso era seduto accanto a Varo.
Vivo.
Lucio fece un passo verso di lui.
Una mano gli afferrò il braccio.
«Non così», disse Valerio.
Il giovane cercò di liberarsi.
«È lì.»
«Ti vede. Rimani dove sei.»
Varo si chinò verso il falegname. Lucio non poté udire le parole, ma vide suo padre sollevare lentamente la testa.
I loro sguardi si incontrarono.
L’uomo si aggrappò al bordo del sedile.
Varo gli posò una mano sulla spalla.
Lucio strinse l’impugnatura dello scudo finché il cuoio gli segnò il palmo.
Dovevano attendere.
Lucio venne condotto in un passaggio laterale, dove Tito controllò ancora una volta le sue protezioni. Tirò una cinghia, sistemò una fascia e gli porse l’elmo.
«Respira.»
Il giovane inspirò senza riuscire a riempire il petto.
Tito gli mise una mano dietro la nuca.
«Guardami.»
Lucio obbedì.
«Tuo padre è qui. È una cosa che adesso sappiamo. Non devi risolvere tutto prima di entrare.»
«Lo tiene accanto per farmelo vedere.»
«Sì.»
«Se non faccio quello che vuole—»
Tito serrò la bocca.
«Per questo devi uscire vivo. Per poter fare qualcosa dopo.»
Lucio abbassò gli occhi.
L’anello era nascosto insieme alla piccola tavoletta sotto la cintura.
«E se controllano?»
«Non toccarli. Non dare a nessuno un motivo per guardare.»
Dall’arena arrivò un applauso.
Il giovane sobbalzò.
Tito gli prese l’elmo dalle mani.
«Ancora un momento.»
Aveva già indossato le protezioni. Il polso era fasciato, il viso pallido.
«Tocca prima a me.»
Lucio si alzò.
«Come sta il braccio?»
Elio mosse le dita.
«Abbastanza bene.»
Per qualche istante nessuno dei due parlò.
Poi Elio indicò la propria veste.
«Il legno è al sicuro. Ho trovato dove metterlo.»
Lucio annuì.
«Me lo restituisci dopo.»
L’amico provò a sorridere.
«Era questo l’accordo.»
Quando fu chiamato, Elio attraversò il passaggio senza voltarsi.
Lucio lo seguì fino al limite dell’ombra.
Vide il ragazzo raggiungere l’avversario, sollevare lo scudo e prendere posizione.
Poi Tito lo fece arretrare.
«Risparmia le forze.»
Lucio ascoltò il combattimento senza vederlo.
Il rumore degli scudi era diverso da quello degli esercizi. Più pieno, più duro. A ogni grido del pubblico cercava il volto del maestro.
Tito non si muoveva.
L’attesa durò abbastanza da perdere la misura del tempo.
Infine arrivò un applauso lungo.
Lucio si affacciò.
Elio era in piedi.
L’altro combattente aveva sollevato una mano. L’arbitro si era frapposto tra loro e guardava verso il posto dell’organizzatore.
Varo fece un gesto.
L’uomo sconfitto fu accompagnato via.
Elio abbassò lo scudo.
Lucio riuscì finalmente a respirare.
Lucio gli andò incontro, ma un addetto lo fermò.
«Adesso voi.»
Valerio era già pronto.
Senza il mantello sembrava più grande. Le protezioni gli coprivano parte del corpo e l’elmo nascondeva la cicatrice.
Lucio cercò i suoi occhi.
«Hai detto che non eseguirai l’ordine.»
Valerio annuì.
«Ma devi difenderti.»
Tito consegnò l’elmo al giovane.
Lucio lo indossò.
Il mondo si ridusse: luce attraverso le aperture, respiro contro il metallo, voci lontane.
Quando uscì dal passaggio, il sole gli colpì le spalle.
Ogni movimento attirava gli sguardi. Ogni passo lasciava una traccia.
Lucio provò a cercare suo padre, ma l’arbitro richiamò la sua attenzione.
Valerio era davanti a lui.
Sollevò lo scudo.
Lucio fece lo stesso.
Il primo colpo arrivò senza preavviso.
Riuscì a pararlo, ma l’urto gli attraversò il braccio. Arretrò di un passo, poi di un altro.
Valerio lo seguì.
Lucio cercò di colpire. La lama incontrò soltanto il bordo dello scudo avversario.
«Piedi», disse Valerio a bassa voce.
Lucio si accorse di averli quasi incrociati.
Rimise l’appoggio, appena in tempo.
Il secondo attacco lo costrinse a piegarsi. Sentì il fiato svuotarsi e il pubblico gridare.
Non aveva ancora capito se quelle voci fossero contro di lui o a suo favore.
Valerio tornò al centro.
Gli lasciò lo spazio per rialzare lo scudo.
Lucio riconobbe quel gesto. Durante gli allenamenti Tito faceva lo stesso quando voleva che correggesse una posizione.
Ma la spada, adesso, non era di legno.
Suo padre era seduto rigido accanto a lui.
Lucio riuscì a vederli per un istante, mentre girava per non essere chiuso verso il bordo dell’arena.
Il falegname aveva le labbra serrate.
La mano di Varo era ancora sulla sua spalla.
Lucio attaccò con troppa forza.
Valerio deviò il colpo e lo urtò con lo scudo.
Il giovane cadde su un ginocchio.
La sabbia gli entrò sotto una protezione. Cercò subito di rialzarsi, ma Valerio gli era vicino.
«Non guardare lassù.»
Lucio respirava a scatti.
«Lascialo stare.»
«Guarda me.»
L’arbitro si avvicinò. Valerio arretrò e Lucio tornò in piedi.
Dalle gradinate arrivarono richiami impazienti.
L’incontro riprese.
Questa volta il giovane aspettò.
Vide il piede di Valerio spostarsi, la spalla ruotare. Parò il colpo e si mosse di lato.
La propria lama sfiorò la protezione dell’avversario.
Un applauso breve gli raggiunse le orecchie.
Valerio annuì appena.
Lucio non seppe se esserne grato o furioso.
Lo scudo pesava sul braccio. L’elmo tratteneva il calore. Una goccia di sudore gli entrò nell’occhio e non poté asciugarla.
Poi Valerio cambiò ritmo.
Avanzò con una rapidità che Lucio non gli aveva ancora visto.
Il giovane parò il primo colpo.
Il secondo gli fece perdere l’equilibrio.
Al terzo, lo scudo gli scivolò.
Lucio tentò di recuperarlo, ma ricevette un urto sulla spalla e cadde.
Per un momento vide soltanto sabbia.
Sentì il pubblico alzarsi.
La punta della spada di Valerio apparve vicino al suo volto.
Lucio rimase immobile.
L’arbitro si avvicinò.
Era il momento di chiedere di essere risparmiato.
Il giovane sollevò una mano.
Le voci cambiarono.
Alcuni spettatori chiedevano che l’incontro terminasse; altri gridavano ancora, trascinati dall’eccitazione.
Lucio guardò verso il posto riservato.
Suo padre si era alzato a metà, ma un uomo alle sue spalle lo costrinse a sedersi.
Varo non guardava il pubblico.
Guardava Valerio.
L’arbitro attendeva la decisione.
Valerio teneva la spada ferma.
Lucio vide una contrazione nel braccio dell’uomo. Poi udì la sua voce, così bassa da arrivare soltanto a lui.
«Quando mi muovo, rotola.»
Il giovane non ebbe il tempo di capire.
Valerio spostò lo scudo.
La luce gli colpì il volto attraverso l’elmo.
Lucio rotolò di lato.
La spada entrò nella sabbia, dove un istante prima c’era stata la sua spalla.
Un grido attraversò l’anfiteatro.
Lucio si rialzò a fatica, senza scudo.
L’arbitro intervenne, ponendosi tra i due combattenti.
Valerio lasciò la punta della lama rivolta a terra.
Il pubblico aveva visto un colpo mancato. Qualcuno rideva, qualcuno protestava. Altri chiamavano il nome del giovane che si era sottratto alla lama.
Varo parlò con l’uomo al proprio fianco.
L’arbitro voltò la testa verso di lui.
Lucio sentì il cuore battere contro le costole.
Tito era all’ingresso del passaggio. Accanto a lui, Elio si reggeva al muro.
Il maestro alzò una mano, invitandolo a rimanere fermo.
Valerio continuava a tenere la spada bassa.
Infine Varo fece un gesto.
L’incontro era sospeso.
Due addetti raggiunsero Lucio. Uno raccolse lo scudo, l’altro gli indicò l’uscita.
Il giovane cercò ancora suo padre.
Il posto accanto a Varo era vuoto.
L’aria fresca gli sembrò dolorosa.
Elio gli andò incontro e lo sostenne sotto il braccio.
«Ti hanno risparmiato?»
«Hanno fermato l’incontro.»
«È diverso?»
Tito arrivò prima che Lucio rispondesse.
Guardò Valerio, appena rientrato dietro di loro.
«Lo avete fatto davanti a tutti.»
L’uomo posò la spada.
«È vivo.»
«Per ora», disse una voce.
Rufo era fermo all’ingresso.
Con lui c’erano due sorveglianti.
Indicò Valerio.
«Tu vieni con noi.»
Lucio fece un passo, ma Tito gli strinse la spalla.
Valerio non oppose resistenza.
Prima di seguire gli uomini, guardò il giovane.
«La strada è sulla tavoletta. Ricordalo.»
Rufo lo spinse avanti.
Il giovane aveva ancora sabbia in bocca. Bevve, si piegò sulle ginocchia e cercò di fermare il tremore delle mani.
L’amico prese dalla veste il frammento di legno.
«Te l’avevo promesso.»
Lucio lo afferrò.
Sul manico spezzato era rimasta una traccia scura del sudore di Elio.
Tito si inginocchiò per controllargli la spalla.
«Dobbiamo capire dove hanno portato tuo padre.»
Lucio annuì.
Poi sentì qualcosa scivolare da sotto la cintura.
La piccola tavoletta cadde a terra.
Il filo era sciolto.
Tito la raccolse e la aprì.
Rimase a fissare la cera.
«Che cosa c’è?» domandò Elio.
Il vecchio girò la tavoletta verso Lucio.
L’indicazione della strada era stata cancellata.
Al suo posto qualcuno aveva inciso poche parole.
Tuo padre ti aspetta. Vieni solo.
Continua nella sesta puntata: “Il prezzo della vittoria”.
Racconto di fantasia ambientato nell’antica Abella. Personaggi e vicende sono immaginari.