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di Francesco Piccolo
Pittore, incisore e insegnante, portò la sua arte da Venezia a Bari, dalla Germania all’Unione Sovietica e al Medio Oriente. Il 6 settembre 2000 Mugnano gli dedicò una mostra antologica a Palazzo Speltra. Ventisei anni dopo, nello stesso giorno, quella storia torna alla memoria del paese.
MUGNANO DEL CARDINALE – Era il 6 settembre del 2000 quando le porte di Palazzo Speltra, in via Marchese Ippolito, si aprirono su una storia che Mugnano aveva il dovere di riscoprire.
Nell’ambito di “Arte sotto le Stelle”, fu dedicata a Salvatore De Iudicibus la mostra antologica “Una vita per l’arte”.
Un titolo semplice. Ma forse nessun altro avrebbe potuto raccontarlo meglio.
Perché quella di Salvatore De Iudicibus fu davvero una vita consegnata all’arte.
Pittore, incisore, insegnante. Un artista capace di portare le proprie opere nelle grandi rassegne italiane e oltre i confini nazionali, mentre dalla sua terra continuava a prendere volti, dolore, colori e storie.
Dentro le sue opere c’era il Sud.
C’erano i contadini. La madre e il padre. La povertà e la fatica. C’erano la guerra, la violenza dell’uomo sull’uomo, la solitudine, l’emarginazione.
E dentro quel Sud c’era anche Mugnano.
Salvatore De Iudicibus nacque il 9 dicembre 1937 a Napoli, ma le sue radici e la sua storia furono profondamente mugnanesi. Un legame mai reciso con Mugnano del Cardinale, dove oggi riposa nel cimitero comunale.
Morì il 7 novembre 2007, all’età di 69 anni, a poco più di un mese dal suo settantesimo compleanno, dopo aver trascorso l’ultima parte della sua vita in una casa per anziani a Lettere.
La sua formazione fu solida. Studiò all’Istituto d’Arte di Napoli e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Napoli, formandosi con maestri come Ciarrocchi, Brancaccio e Chiancone. La sua vita professionale si sviluppò soprattutto tra Bari e Salerno, dove all’attività artistica affiancò quella didattica.
Presto arrivarono anche i riconoscimenti.
Partecipò alle Biennali dell’incisione di Venezia, dove fu premiato nella quarta e nella quinta edizione e prese parte anche alla settima. Nel catalogo della V Biennale dell’incisione italiana contemporanea di Venezia del 1963, Giorgio Trentin riconosceva nella sua attività incisoria un’autentica “carica emotiva”, sottolineandone il linguaggio espressionistico e la capacità di raccontare la drammatica realtà delle genti del Sud.
Espose al Maggio di Bari, a Campobasso, San Benedetto del Tronto, Sassoferrato, Taranto, Albissola e in numerose altre rassegne.
Le sue opere furono protagoniste anche di diverse mostre personali: alla galleria “La Vernice” di Bari nel 1960, 1962, 1965 e 1966; alla “Leonardo” di Napoli nel 1969; e, nel giugno del 1971, a Cuorgnè, dove una mostra antologica raccolse xilografie e acqueforti.
Il suo nome andò ben oltre i confini locali e nazionali, con esposizioni e presenze ricordate nella documentazione dell’artista tra la Repubblica Democratica Tedesca, l’Unione Sovietica e il Medio Oriente.
Fu inoltre iscritto all’Associazione degli Incisori Veneti e alcune sue incisioni entrarono nella collezione dell’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Pisa.
Non mancarono i riconoscimenti della critica. Di lui scrissero, tra gli altri, Giorgio Trentin, Bruno Lucrezi e Gabriella Avenati, mentre articoli dedicati alla sua produzione apparvero su testate come Il Mattino, Il Roma, Il Tempo e La Gazzetta del Mezzogiorno.
Anni dopo, il suo nome sarebbe tornato al centro dell’attenzione anche in Irpinia. Alla Casina del Principe di Avellino, una retrospettiva-omaggio raccolse 40 opere tra incisioni, oli e disegni, riportando alla luce il percorso di una delle firme irpine del Novecento.
Ma raccontare Salvatore De Iudicibus attraverso mostre, premi e giudizi della critica significherebbe raccontarne soltanto una parte.
Perché al centro della sua arte c’era soprattutto l’uomo.
Riccardo Sica, nella presentazione “L’anima all’arte”, richiamava opere come Madre e figlio, I contadini del Sud, Racconto e i Paesaggi pugliesi.
La madre e il padre tornano continuamente.
Il padre severo. La madre segnata dalla fatica e dalla sofferenza, ma attraversata da una profonda dolcezza.
E poi i contadini.
De Iudicibus proveniva da un mondo che conosceva bene il peso del lavoro, le mani segnate e una dignità conquistata giorno dopo giorno.
Il suo Sud non era una cartolina.
Era un Sud vissuto.
Angelo Calabrese, nel suo intervento “Dove l’uomo è destino dell’uomo”, coglieva invece la componente più aspra della sua produzione: guerra, persecuzioni, deportazioni, prigionia, ingiustizie sociali.
Il dolore della deportazione attraversa la sua produzione e affiora significativamente anche nel frontespizio dell’opuscolo dedicato alla sua opera. Non era, per De Iudicibus, soltanto un tema conosciuto attraverso i libri.
Frequentando casa Renzi, dove veniva seguito anche negli studi, ebbe modo di entrare in contatto diretto con una sofferenza ancora viva: vide il dolore della madre di Camillo Renzi e raccolse la testimonianza della moglie di Camillo Renzi, tornata dal campo di concentramento di Dachau.
Una vicenda umana che contribuì a rendere ancora più profondo il suo sguardo sulla guerra, sulla deportazione e sulla violenza esercitata dall’uomo sull’uomo.
Nei suoi lavori il segno poteva diventare duro, i volti inquieti, le figure quasi aggrovigliate.
Per De Iudicibus l’arte non serviva a fuggire dalla realtà.
Serviva a entrarci dentro.
Ed è Calabrese a consegnarci una delle definizioni più efficaci della sua opera: lavori che, pur attraversando temi dolorosi, “testimoniano umanità”.
E dietro l’artista c’era l’uomo.
Chi lo conobbe personalmente ne ricorda ancora oggi le qualità umane: una persona rispettosa, buona e generosa, capace di lasciare un segno non soltanto attraverso le proprie opere, ma anche nei rapporti con gli altri.
Poi c’è il rapporto con Mugnano.
Ed è qui che le parole dell’allora sindaco Giovanni Colucci acquistano un peso particolare.
Nell’opuscolo realizzato per l’antologica del 2000, Colucci affidò alla pagina una riflessione che, riletta oggi, assume quasi il valore di un’autocritica collettiva. Ricordava come la memoria dei successi di De Iudicibus fosse rimasta, per lungo tempo, soprattutto nelle parole del padre, che percorreva con orgoglio le strade di Mugnano mostrando ad amici e conoscenti recensioni e premi ottenuti dal figlio.
E soprattutto metteva a confronto due realtà difficili da conciliare: fuori da Mugnano De Iudicibus raccoglieva riconoscimenti e consensi; nel suo paese, invece, troppo spesso prevalevano distanza e incomprensione.
Colucci ricordava Venezia, Bari e Leningrado, luoghi nei quali l’artista aveva ottenuto importanti affermazioni, mentre a Mugnano, quando qualcuno chiedeva del professore e delle sue opere, “noi eravamo sempre vaghi”.
Dietro quella vaghezza c’era forse anche l’incapacità, allora, di penetrare fino in fondo la profondità del suo animo e la grande innovazione delle sue opere.
Per molti, con una definizione popolare e inevitabilmente riduttiva, De Iudicibus era semplicemente “il pittore dei mamozzi”.
Un’espressione che oggi racconta soprattutto la distanza tra il linguaggio dell’artista e lo sguardo di chi osservava quelle figure senza riuscire ancora a penetrarne il significato. Volti e corpi potevano apparire strani, tormentati, quasi incomprensibili, mentre dietro quelle forme De Iudicibus cercava di raccontare il dolore, la condizione umana, le inquietudini e le contraddizioni del proprio tempo.
Le parole di Colucci restano così la testimonianza sincera di una comunità che, con il passare degli anni, cominciava a comprendere ciò che forse in precedenza non era riuscita a leggere fino in fondo.
Ma Colucci ne riconosceva ormai pienamente il valore: “Il suo contributo all’arte è stato notevole”. E definiva quello dell’artista un messaggio destinato ad andare oltre il proprio tempo.
La mostra del 2000 diventava così qualcosa di più di un semplice appuntamento culturale. Era il tentativo di un paese di recuperare una distanza, di riconoscere finalmente uno dei suoi figli e di restituirgli una gratitudine che, per troppo tempo, aveva tardato a manifestarsi.
Ed è proprio nelle ultime righe che Colucci consegnava il senso più profondo di quella serata e, forse, dell’intera riscoperta di Salvatore De Iudicibus: “La nostra è la gratitudine di una comunità che tenta di colmare e riparare ad antiche e involontarie disattenzioni”.
Forse il significato più autentico della mostra del 6 settembre 2000 era proprio questo.
Non soltanto esporre delle opere. Restituire un artista al suo paese e restituirlo alla memoria della sua gente.
Ed è proprio nelle pagine realizzate per quella antologica che l’allora assessore Stefano D’Apolito lo definì con un’espressione semplice e significativa: “mugnanese purosangue”.
Riccardo Sica ricordava inoltre che, nel 1970, alla Galleria “Lombardi-Arte” di Avellino, furono esposte tre incisioni e due grandi tele di De Iudicibus in occasione della presentazione del libro Artisti Irpini.
Ma nella vita di De Iudicibus ci fu anche una pagina profondamente dolorosa.
Durante gli anni trascorsi a Salerno attraversò un periodo molto difficile, segnato da una profonda crisi depressiva. Nei ricordi familiari affiora anche l’ipotesi che a quella fragilità possa aver contribuito una delusione sentimentale, una ferita intima che potrebbe essersi intrecciata con la sensibilità profonda dell’uomo e dell’artista.
Riuscì in seguito a superare quella fase e le sue condizioni migliorarono, ma la morte del padre rappresentò per lui un nuovo colpo e quella fragilità tornò a farsi sentire.
Anche quella sofferenza entrò nella storia dell’uomo, in una vita nella quale il dolore non fu soltanto materia artistica, ma esperienza profondamente vissuta.
Poi arrivò un lungo silenzio.
Trent’anni.
Un silenzio nel rapporto pubblico tra De Iudicibus e il suo paese, fino a quella sera di settembre a Palazzo Speltra.
A quella memoria oggi si aggiunge la testimonianza dell’attuale sindaco di Mugnano del Cardinale, dottor Alessandro Napolitano, che conobbe personalmente De Iudicibus soprattutto nell’ultima parte della sua vita.
«Ho conosciuto il professor Salvatore De Iudicibus soprattutto negli ultimi anni, quando le sue condizioni di salute lo avevano costretto a vivere in una casa per anziani a Lettere. Soffriva di seri problemi respiratori, di natura bronchiale. Mio padre, che era medico e lo visitava, riteneva che quei problemi potessero essere legati anche al lungo lavoro con le acqueforti e all’utilizzo degli acidi impiegati in questa tecnica d’incisione. Il mio amico Paolo Corbisiero andava abitualmente a trovarlo a Lettere e qualche volta andavo anch’io con lui. Gli portavamo qualcosa da mangiare: ricordo in particolare le polpette, che gli piacevano, qualche sigaretta, e ci fermavamo a trascorrere un po’ di tempo con lui».
Un particolare che rende ancora più forte il racconto degli ultimi anni: l’arte che aveva accompagnato una vita intera riaffiora persino nei ricordi legati alla sua fragilità fisica.
Ma nella memoria di Napolitano c’è anche un episodio più intimo e personale.
«Mi ripeteva spesso: “Lavorare stanca”. Così, un giorno, decisi di comprargli proprio Lavorare stanca di Cesare Pavese. Ricordo che andai a cercarlo in una libreria di via Mezzocannone, a Napoli, perché non era un libro che si trovava facilmente. Glielo portai e, se ricordo bene, me lo firmò anche. Sono piccoli episodi, ma a distanza di tanti anni sono proprio quelli che rimangono nella memoria».
Poi Napolitano torna al valore dell’artista.
«Il professor De Iudicibus è stato un uomo e un artista di grande spessore. Chi ha avuto la possibilità di conoscerlo nel pieno della sua attività sapeva bene quale fosse il suo valore. Io stesso conservo un libricino nel quale è raccolto il suo curriculum artistico e basta sfogliarlo per comprendere il percorso che aveva compiuto e i riconoscimenti che aveva ottenuto.
Tra le cose che più colpiscono c’è anche il fatto che una sua opera sia presente nell’androne della Casa Bianca, a Washington. È un particolare che rappresenta certamente un motivo d’orgoglio per Mugnano e che dà la misura di quanto lontano sia arrivato il suo percorso artistico.
Salvatore De Iudicibus rientra certamente nella categoria dei “mugnanesi unici”, quelle personalità che, con il proprio talento, la propria storia e ciò che hanno saputo realizzare, hanno lasciato un segno che va oltre il loro tempo. Recuperare e tramandare la sua vicenda significa recuperare un pezzo importante della storia di Mugnano, soprattutto per le nuove generazioni, che devono conoscere il valore di un loro concittadino capace, attraverso l’arte, di andare molto lontano senza perdere il legame con le proprie radici e con la propria terra».
E oggi il calendario sembra quasi chiudere un cerchio.
Il 6 settembre 2000 era un mercoledì.
Oggi è domenica 6 settembre 2026.
Sono trascorsi esattamente ventisei anni da quella sera a Palazzo Speltra.
Ventisei anni nei quali sono cambiate tante cose, ma non il valore di quelle opere e, soprattutto, non la necessità di custodire la memoria di chi ha lasciato qualcosa alla propria comunità.
Salvatore De Iudicibus raccontò la guerra e la povertà, i contadini e le madri, il dolore e la dignità.
Raccontò il Sud.
Ma attraverso il Sud raccontò soprattutto l’uomo.
E ventisei anni dopo, ancora un 6 settembre, quella storia torna idealmente a Palazzo Speltra e nelle strade di Mugnano.
«E chissà che, un giorno, il nome di Salvatore De Iudicibus non possa trovare anche un segno concreto nella memoria pubblica di Mugnano del Cardinale.»
Una vita per l’arte. Una storia che il tempo non deve dimenticare.
Alla prossima puntata di “Storie di casa nostra”.




