Attentato a Ranucci, D’Avino e Passariello davanti ai pm: dieci ore di interrogatorio

Attentato a Ranucci, D’Avino e Passariello davanti ai pm: dieci ore di interrogatorio

A Rebibbia il lungo interrogatorio di Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, due degli indagati ritenuti presunti esecutori materiali dell’attentato del 16 ottobre 2025. Secondo la loro versione, l’azione sarebbe stata presentata come dimostrativa e senza l’intenzione di provocare feriti. I due sostengono di aver avuto rapporti soltanto con Gomes Clesio Tavares e di non conoscere né Sigfrido Ranucci né Valter Lavitola. Ma sul tipo di incarico ricevuto emerge una divergenza rispetto al racconto dell’ex editore.

ROMA-«Era nu’ cinema». Una messinscena, almeno per come sarebbe stata presentata a chi materialmente doveva realizzarla. È uno dei passaggi che emergono dal lungo interrogatorio di Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, due dei presunti esecutori dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci.

Nel carcere romano di Rebibbia i due hanno risposto per ore alle domande degli inquirenti, ricostruendo la propria versione dell’incarico ricevuto e i rapporti con Gomes Clesio Tavares, indicato nell’inchiesta come l’intermediario tra il gruppo e Valter Lavitola.

D’Avino e Passariello non si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Assistiti dagli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, hanno affrontato le contestazioni e, secondo quanto emerso al termine dell’interrogatorio, avrebbero riferito il proprio coinvolgimento nel posizionamento dell’esplosivo, cercando però di delimitare con precisione il mandato che sostengono di aver ricevuto.

«Nessuno doveva farsi male»

Il punto centrale della loro ricostruzione riguarda proprio la finalità dell’azione.

Secondo la versione resa dagli indagati, Tavares avrebbe presentato l’operazione come un gesto eclatante ma dimostrativo, assicurando che «nessuno si sarebbe fatto male». L’ordigno, realizzato utilizzando esplosivo del tipo gelatina da cava, sarebbe stato destinato a far saltare l’automobile del conduttore di Report.

Per quell’incarico D’Avino e Passariello avrebbero ricevuto complessivamente 3mila euro.

È la parte più delicata del loro racconto: la convinzione, sostenuta dalla difesa, che l’esplosione dovesse essere una sorta di «farsa» senza conseguenze per le persone. Una versione che dovrà essere verificata dagli investigatori e che non elimina la potenziale pericolosità di un ordigno fatto esplodere nei pressi di un’abitazione.

I legali insistono proprio sull’assenza, secondo i loro assistiti, dell’intenzione di provocare feriti.

«Hanno confermato che non volevano far male a nessuno», hanno spiegato gli avvocati al termine dell’interrogatorio.

«Conoscevamo solo Tavares»

Altro elemento sul quale D’Avino e Passariello avrebbero insistito è la catena dei rapporti.

I due sostengono di aver avuto contatti esclusivamente con Gomes Clesio Tavares. Affermano invece di non conoscere personalmente Valter Lavitola e di non aver ricevuto direttamente da lui alcun incarico.

Analoga la posizione nei confronti di Sigfrido Ranucci. Secondo quanto riferito dopo l’interrogatorio, avrebbero dichiarato di non conoscere il giornalista e di non avere avuto rapporti con lui.

Sono affermazioni che diventano centrali nella ricostruzione della catena di comando dell’attentato: stabilire chi abbia impartito materialmente le indicazioni agli esecutori, che cosa sia stato riferito loro e quanto sapessero dell’obiettivo finale dell’operazione rappresenta uno dei nodi dell’inchiesta.

Ed è proprio su questo punto che le dichiarazioni rese a Rebibbia aprono un problema rispetto alla versione fornita da Lavitola.

Bomba o colpi di pistola: la divergenza con Lavitola

D’Avino e Passariello sostengono che il mandato ricevuto da Tavares fosse quello di collocare un ordigno esplosivo.

Non, dunque, quello di sparare.

«Il perimetro del mandato è quello della prima ordinanza, cioè la richiesta di Tavares di collocare l’ordigno sotto casa di Ranucci, non i colpi di pistola», hanno spiegato i difensori.

È qui che le ricostruzioni non coincidono pienamente.

Lavitola, nelle dichiarazioni rese agli inquirenti, aveva riferito di un progetto intimidatorio che avrebbe previsto alcuni colpi di pistola contro o nei pressi dell’abitazione di Ranucci. I due presunti esecutori sostengono invece di aver ricevuto da Tavares indicazioni riguardanti specificamente l’esplosivo.

La discrepanza dovrà essere valutata dai magistrati, insieme agli altri elementi raccolti nel corso delle indagini. Non è infatti ancora possibile stabilire se la differenza dipenda dalle informazioni trasmesse lungo la catena tra mandante, intermediario ed esecutori oppure da ricostruzioni difensive non coincidenti.

La stessa difesa di Lavitola respinge però l’idea che l’interrogatorio dei due possa essere considerato una smentita complessiva del proprio assistito.

L’avvocato Sergio Cola ha sostenuto che, sulla base di quanto emerso, la versione dell’ex editore «non è smentita» e potrebbe anzi risultare riscontrata almeno in parte. I difensori intendono chiedere l’acquisizione dei verbali degli interrogatori.

La difesa punta ai domiciliari

Le dichiarazioni rese a Rebibbia avranno anche un peso sulla posizione cautelare di D’Avino e Passariello.

Gli avvocati Pagliarulo e Falconieri hanno annunciato un’istanza per ottenere un’attenuazione della misura, con l’obiettivo dei domiciliari o, eventualmente, della revoca della custodia cautelare in carcere.

La difesa contesta inoltre l’aggravante del metodo mafioso e sostiene che non sussistano esigenze tali da rendere necessaria la permanenza in carcere dei propri assistiti.

Le dichiarazioni dovranno adesso essere sottoposte ai riscontri degli investigatori. Restano da approfondire anche alcuni riferimenti contenuti negli atti dell’inchiesta e nelle conversazioni intercettate, sui quali i magistrati stanno cercando di ricostruire ruoli e identità.

Resta da definire anche la posizione degli altri due indagati coinvolti nel procedimento. Saverio Mutone, attualmente in carcere, dovrebbe essere ascoltato dagli inquirenti, mentre Marika De Filippis, compagna di D’Avino e sottoposta agli arresti domiciliari, non è stata ancora interrogata. Anche le loro posizioni saranno oggetto dei prossimi passaggi dell’inchiesta.

Ora gli occhi sono sul Riesame di Lavitola

Il prossimo passaggio importante è fissato per il 7 settembre, quando è prevista l’udienza davanti al Tribunale del Riesame per Valter Lavitola.

I suoi legali hanno annunciato che l’ex editore dovrebbe rendere dichiarazioni spontanee. Il confronto, anche indiretto, con quanto raccontato da D’Avino e Passariello sarà inevitabile.

Nel frattempo resta centrale la posizione di Gomes Clesio Tavares, attualmente in Africa e destinatario di una misura cautelare. Intervistato dal Tg1, ha confermato di conoscere alcuni degli arrestati, ma non ha voluto entrare nel merito della bomba. Ha inoltre annunciato l’intenzione di tornare in Italia per parlare con i magistrati, senza indicare una data precisa.

Dopo il lungo interrogatorio di Rebibbia, dunque, alcuni tasselli sembrano trovare una collocazione, mentre altri diventano ancora più rilevanti.

D’Avino e Passariello sostengono di aver ricevuto l’incarico da Tavares, di essere stati pagati 3mila euro e di aver creduto che l’azione dovesse restare una «messinscena» senza feriti. Ma soprattutto indicano nell’ordigno, e non nei colpi di pistola, l’oggetto preciso del mandato ricevuto.

Ora spetterà agli inquirenti verificare il loro racconto e ricostruire fino in fondo il percorso dell’ordine: chi decise l’attentato, quali indicazioni furono trasmesse attraverso Tavares e quanto i presunti esecutori sapessero realmente dell’obiettivo e delle conseguenze dell’azione.