K2, 72 anni fa l’impresa che cambiò la storia dell’alpinismo italiano

K2, 72 anni fa l’impresa che cambiò la storia dell’alpinismo italiano

di Francesco Piccolo

Alle ore 18 del 31 luglio 1954, a 8.611 metri di quota, due italiani raggiunsero una vetta che fino a quel momento sembrava irraggiungibile. Achille Compagnoni e Lino Lacedelli conquistarono il K2, la seconda montagna più alta della Terra, firmando una delle pagine più importanti della storia dell’alpinismo mondiale.

Per l’Italia non fu soltanto una straordinaria impresa sportiva.

A meno di dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, quella conquista divenne il simbolo di un Paese che cercava di rialzarsi, ritrovando fiducia nelle proprie capacità e un nuovo orgoglio nazionale. Da quel giorno il K2 entrò nell’immaginario collettivo come “la montagna degli italiani”.

Dietro quella fotografia entrata nella storia, però, c’era molto più di due uomini arrivati in vetta.

La spedizione era stata organizzata e guidata dal geologo Ardito Desio con il sostegno del Club Alpino Italiano, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dell’Istituto Geografico Militare e dello Stato italiano. Un progetto imponente che univa ricerca scientifica e ambizione alpinistica, composto da tredici alpinisti italiani, ricercatori, medici, tecnici e decine di portatori pakistani incaricati di trasportare materiali e viveri fino ai campi avanzati.

La salita lungo lo Sperone degli Abruzzi fu un continuo confronto con la montagna. Campo dopo campo, ogni metro conquistato richiedeva uno sforzo enorme, reso ancora più difficile dalla rarefazione dell’aria, dal freddo e dalle condizioni estreme.

Il 21 giugno la spedizione fu colpita dalla prima tragedia. Mario Puchoz morì per edema polmonare durante le fasi iniziali dell’ascesa. Fu il primo segnale del prezzo che il K2 avrebbe chiesto ai suoi protagonisti.

La pagina più drammatica dell’intera impresa si scrisse però tra il 30 e il 31 luglio.

Walter Bonatti, appena ventiquattrenne e già considerato uno dei più forti alpinisti del mondo, insieme al portatore hunza Amir Mahdi trasportò le bombole d’ossigeno destinate alla cordata di punta. Il campo IX, però, era stato installato più in alto del previsto e i due non riuscirono a raggiungerlo prima del buio.

Furono costretti a trascorrere un’intera notte all’aperto, oltre gli ottomila metri, senza tenda e senza sacchi a pelo, nella cosiddetta “zona della morte”, con temperature vicine ai cinquanta gradi sotto zero. Mahdi riportò gravissimi congelamenti, mentre Bonatti riuscì a sopravvivere a quella che molti considerano una delle più straordinarie prove di resistenza nella storia dell’alpinismo.

La mattina seguente Compagnoni e Lacedelli recuperarono le bombole lasciate dai due e ripresero la salita.

Alle ore 18 del 31 luglio 1954 raggiunsero la vetta del K2.

La notizia arrivò in Italia alcuni giorni dopo e fu accolta come una vittoria nazionale. Per milioni di persone quella cima rappresentava molto più di un successo sportivo: era il segno concreto che un Paese ferito dalla guerra poteva tornare a guardare con fiducia al futuro.

Eppure, quella pagina gloriosa sarebbe stata accompagnata per decenni da polemiche e controversie.

Il cosiddetto “caso K2” divise il mondo dell’alpinismo per quasi cinquant’anni. Al centro del dibattito vi furono il ruolo di Walter Bonatti, la posizione dell’ultimo campo e l’utilizzo delle bombole d’ossigeno durante l’ascesa finale.

Per molti anni la versione ufficiale della spedizione fu contestata dallo stesso Bonatti, che rivendicò il proprio contributo e quello di Amir Mahdi. Solo nel 2004, al termine di un’approfondita revisione storica promossa dal Club Alpino Italiano, venne riconosciuto il ruolo decisivo svolto dai due nel successo della spedizione, restituendo piena dignità a una vicenda che aveva lasciato profonde ferite.

Oggi, a settantadue anni da quella straordinaria impresa, resta intatto il merito di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, primi uomini a conquistare la seconda montagna della Terra.

Ma quella storia ricorda anche un’altra verità: nessuna grande impresa appartiene soltanto a chi compie l’ultimo passo.

Il K2 fu il risultato del coraggio di un’intera squadra: degli alpinisti, dei ricercatori, dei portatori pakistani, di chi lavorò lontano dai riflettori e di chi pagò un prezzo altissimo perché quel sogno diventasse realtà.

Perché ogni vetta ha due storie: quella di chi arriva per primo e quella, spesso silenziosa, di chi rende possibile la conquista. Ed è anche grazie a quegli uomini se, ancora oggi, il K2 continua a essere ricordato come una delle più grandi imprese dell’alpinismo mondiale.