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di Francesco Piccolo
C’è una bugia che ci raccontano da anni.
Che per andare avanti basti voltare pagina.
Che per dimenticare basti cancellare.
Che per chiudere una storia basti interrompere un rapporto.
Che per smettere di pensare a qualcosa basti deciderlo.
È una bugia.
Perché gli esseri umani non hanno interruttori.
Viviamo nell’epoca del blocca, elimina, archivia.
Un’epoca nella quale basta un clic per cancellare una conversazione, una fotografia, perfino un contatto dalla rubrica del telefono.
Eppure la vita continua a funzionare in un altro modo.
Ci sono numeri che spariscono dal telefono e restano nella memoria.
Ci sono persone che escono dalla nostra quotidianità ma continuano ad abitare i nostri pensieri.
Ci sono domande che nessuno ci farà più e risposte che non arriveranno mai.
Per questo alcune assenze fanno più rumore delle presenze.
Con il tempo si scopre che il dolore non ha una sola forma.
Può arrivare attraverso una perdita.
Attraverso una malattia.
Attraverso una persona che non c’è più.
Oppure attraverso un cambiamento che non avevamo previsto.
Cambiano le storie.
Cambiano le persone.
Cambiano le stagioni della vita.
Non cambia, però, la necessità di trovare un significato a ciò che accade.
Per anni pensiamo di essere forti perché sappiamo controllare tutto.
Le parole.
Le scelte.
Le emozioni.
Poi arriva la vita.
E ci ricorda che siamo fatti di carne, non di pietra.
Che possiamo sbagliare.
Che possiamo desiderare ciò che non pensavamo di desiderare.
Che possiamo cambiare idea.
Che possiamo scoprire lati di noi che non conoscevamo.
Ci hanno insegnato a dividere tutto.
Il sacro dal profano.
La ragione dall’istinto.
Il cuore dalla testa.
Come se davvero esistessero confini così netti.
Ma la vita vera non è mai così semplice.
Siamo esseri umani.
Capaci di pregare e di avere paura.
Di essere razionali e impulsivi nello stesso giorno.
Di cercare Dio nel silenzio e il conforto nella presenza sincera di qualcuno.
Forse è proprio questa la nostra verità più profonda.
Non la perfezione.
L’umanità.
Pietro rinnegò Cristo tre volte.
Tre.
Non una.
Tre.
Eppure la sua storia non viene ricordata per quella caduta.
Viene ricordata per ciò che fece dopo.
Perché la grandezza di una persona non si misura dagli errori che commette.
Si misura da ciò che decide di fare quando si accorge di averli commessi.
Lo stesso accadde a San Francesco.
Non diventò santo perché era perfetto.
Lo diventò perché ebbe il coraggio di cambiare strada.
Di ricominciare.
Di credere che una vita non fosse condannata per sempre dai propri errori.
Forse è proprio questa la seconda possibilità.
Non quella che chiediamo agli altri.
Quella che dobbiamo trovare dentro di noi quando la vita ci mette davanti ai nostri limiti.
La vita, in fondo, assomiglia più al mare di quanto siamo disposti ad ammettere.
Ci sono giorni di calma.
E giorni di burrasca.
Ci sono rotte che scegliamo.
E venti che non dipendono da noi.
Le tempeste più difficili, però, raramente arrivano dal cielo.
Arrivano dai pensieri.
E spesso ci insegnano più di quanto avremmo voluto imparare.
Perché ci sono incontri che non durano abbastanza da diventare una storia.
Ma durano abbastanza da diventare una domanda.
E ci sono assenze che continuano a parlare anche quando il silenzio sembra aver preso il sopravvento.
Forse è per questo che continuiamo a cercare gli altri.
Perché, in fondo, siamo fatti della stessa materia.
Di acqua e sale.
Di errori e speranze.
Di partenze e ritorni.
Di crepe e rinascite.
E come il mare, anche noi portiamo dentro correnti che non sempre comprendiamo.
Forse il problema del nostro tempo non è che abbiamo smesso di voler bene.
Forse il problema è che abbiamo smesso di avere pazienza.
Pazienza per capire.
Pazienza per ascoltare.
Pazienza per restare.
Perché alcune cose nella vita finiscono.
Ma non si spengono.
Restano dentro di noi.
Non per trattenerci.
Ma per ricordarci che siamo vivi.
E che ogni tempesta, prima o poi, lascia spazio a un nuovo vento.
Buon vento a chi sta cercando una risposta.
Buon vento a chi sta attraversando una burrasca.
Buon vento a chi continua il proprio viaggio portando dentro di sé ciò che il tempo non è riuscito a spegnere.