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di Nando Silvestri
In Irpinia il suicidio e’ talmente piu’ diffuso che nel resto della Campania che l’Istat parla di “”strano primato”. Da Avellino ad Ariano, da Solofra a Lioni, il suicidio è tornato a essere una notizia ricorrente.
La cronaca lo racconta sempre come un dramma psicologico, privato. Quasi mai per quello che spesso è: l’ultimo atto di un fallimento economico.
Si chiama suicidio da insolvenza. Non è una definizione giornalistica, è una categoria studiata da anni, in primis dal professor Giacinto Auriti, ordinario scomparsodi diritto finanziario dell’Universita’ di Teramo. È la fine di una catena: arriva la concorrenza spietata dettata dal neoliberismo dell’UE, si abbassa il prezzo del lavoro, si chiude il rubinetto del credito, arriva la cartella che non puoi pagare, poi il pignoramento del furgone e il conto bloccato.
L’artigiano che ha chiuso, il cinquantenne che non regge un decreto ingiuntivo, l’operaio licenziato, il giovane imprenditore travolto dalle tasse dopo aver creduto al miraggio di un fondo perduto. Non sono casi isolati. Sono l’altra faccia della stessa crisi. La Campania è da anni tra le regioni con più suicidi legati a ragioni economiche. In Irpinia questa ferita si sente di più. Non perché gli irpini siano più fragili, ma perché in provincia di Avellino la crisi non colpisce un singolo, ma intere comunita’ . Se chiude un esercizio chiude un mondo.
Nel Nord Est quando chiude un’azienda c’è spesso un indotto, un welfare, una seconda possibilità. In una valle irpina, quando chiude l’unica azienda che dava lavoro a tre famiglie, non chiude un capannone, chiude il paese intero.
Ed è qui il punto che nessuno vuole guardare.
Abbiamo raccontato la crisi come un problema di PIL, di spread, di tasse e inflazione. Non l’abbiamo mai raccontata come un problema di salute pubblica.
Un uomo che deve dire a casa “questo mese non ce la facciamo” non ha solo un debito, ha un crollo di identità. In una cultura come quella irpina, dove il valore di un uomo si misura ancora sulla capacità di mantenere la famiglia, di essere di parola, di non chiedere, l’insolvenza non è un dato tecnico, ma una vergogna.
E in provincia, la vergogna è più letale della povertà.
Cosa trova oggi una persona in difficoltà in provincia di Avellino? Un Centro per l’Impiego che propone un corso, un commercialista che dice “non ci posso fare nulla”, una banca che non risponde più, neanche a telefono. E poi il silenzio.
Non trova nessuno che gli dica: guarda, sei in sovraindebitamento, non sei un criminale. Esiste la legge 3 del 2012, esistono gli Organismi di Composizione della Crisi, esiste un modo legale per ristrutturare il debito e ripartire. Strumenti che a Milano sono prassi, ad Avellino devi già sapere che esistono per trovarli.
Abbiamo costruito un sistema perfetto per puntare il dito e punire chi non paga dando il potere a chi usa l’istituto della presunzione per perseguitare i contribuenti. Ma non ne abbiamo costruito uno per tenere in piedi chi non ce la fa senza soccombere. È il paradosso campano: siamo la terra della solidarietà sbandierata a destra e a manca, ma se fallisci ti isoli. E chi fallisce viene isolato prima, perché tutti hanno paura del contagio del malessere. Del resto, avvicinarsi a chi è segnalato come cattivo pagatore sembra insospettire l’Agenzia delle Entrate.
La politica locale ha una responsabilità enorme. Si parla di ZES, di attrazione di investimenti, di grandi opere. Non si parla mai di rete di ascolto. L’Irpinia non ha bisogno di altro bando per startup, ma di presidi veri nei paesi, di sportelli anti usura e sovraindebitamento.
Il legame tra crisi economica e suicidio non è automatico. Non tutti quelli che perdono tutto compiono un gesto estremo. Ma la ricerca è chiara: quando togli lavoro, reddito e futuro e non offri in cambio nemmeno una narrazione diversa non sei un fallito, stai attraversando un fallimento. Ed e’prprio allora che il rischio esplode.
L’Irpinia non ha bisogno di un’altra elemosina mascherata da contributo a fondo perduto o di vaucher per intraprendere improbabili avventure imprenditoriali. Ha bisogno piuttosto di tornare a essere comunità condivisa con le scelte di politica economica nazionali.