La scomparsa dei bar: diario di una citta’ che perde fatturato e identita’

La scomparsa dei bar: diario di una citta che perde fatturato e identita

di Nando Silvestri

Italo Calvino l’aveva prevista, senza bisogno di proclami. Nelle “Citta’ Invisibili” lo scrittore raccontava di luoghi senza forma né memoria, tutti uguali, svuotati di umanità. È esattamente quello che sta accadendo oggi, non solo nei borghi di trecento abitanti sull’Appennino, dove la partita è quasi chiusa, ma in centri veri, strutturati, come Arezzo, Caserta, Avellino, Benevento. Città con università, tribunali, aree industriali, eppure con le saracinesche dei bar che calano una dopo l’altra, senza rumore.
Per generazioni la memoria di questi posti è passata dai bar. Erano avamposti sociali. Lì si incrociavano vite, si passavano informazioni, si decideva il lavoro del giorno dopo. Oggi la tecnologia che isola e la rendita che strangola stanno spegnendo quell’avamposto di umanita’.
Non è folclore, sono numeri persi. Solo ad Arezzo e provincia, dal 2019 a oggi, la chiusura dei locali ha bruciato oltre 40 milioni di euro di ricchezza. Non è mancata voglia di caffè. È fatturato che non c’è più, imposte non versate, buste paga scomparse, ordini mai arrivati al torrefattore, al panificio, al distributore. Un bar chiude per una moltitudine di motivi. Chiude perché è finito il lavoro di prossimità.
Vent’anni fa, tra Irpinia e Casertano, vivevi e lavoravi nel raggio di dieci chilometri. Il bar apriva alle cinque del mattino, intercettava operai, muratori, studenti, l’ultimo turno di notte. Oggi al bar va solo chi è rimasto, e prevalentemente di mattina. E con la sola mattina non paghi le bollette, soprattutto dopo i rincari energetici che hanno superato decine di punti percentuali e che hanno trascinato al rialzo materie prime e servizi. I prodotti tradizionali del bar rendono poco, si trovano ovunque anche online, altri come le slot sono ipertassati.
Poi c’è la demografia a fagocitare quella annosa tendenza a condividere il caffe’. Il bar è un’attività a bassa marginalità di reddito e ad alta densità: ha bisogno di molta gente che spende poco. In Campania i comuni sotto i 5mila abitanti hanno perso quasi il 10% di popolazione in dieci anni. In Irpinia, a Conza, Andretta, Cairano, uno su cinque se n’è andato. Sono partiti i ragazzi dello spritz della sera. Sono rimasti gli over 70 di un caffè al volo, toccata e fuga.
Se Arezzo perde 40 milioni, in Campania il conto è più pesante. Confcommercio nel 2023 contava oltre 1800 chiusure tra bar e ristorazione di vicinato dal 2019. Con 100mila euro di fatturato medio a locale, sono 180 milioni svaniti. Nella sola Irpinia, oltre 120 chiusure tra il 2019 e il 2024, più di 12 milioni persi direttamente. Ma il colpo più duro è l’indotto: il fornaio che non porta più cornetti, la signora di 48 anni che perde il part-time e non trova altro, il locale che dimezza il valore e non genera più Tari per il Comune.
Il bar era il luogo della continuità dove si faceva comunita’. Dove una città si riconosceva, culturalmente ed economicamente.
Quando chiude il bar, una città non perde un servizio. Perde il racconto di se stessa e delle sue radici. Diventa invisibile persino a chi ci è sempre vissuto. Un ectoplasma di agglomerati disordinati, di persone che non si riconoscono più allo specchio. Guardate da fuori, Arezzo, Avellino, Caserta, Benevento sembrano uguali. Dentro si svuotano di dignità e di valore, fino a diventare a tratti infernali.
E come scriveva Calvino, di fronte all’inferno ci sono due strade: accettarlo e diventarne parte, o cercare e salvare ciò che inferno non è. È la scelta che spetta a cittadini, imprese e istituzioni. Quella stessa scelta tra la via della notte e la via della luce di cui parlavano i pitagorici nella lettera “Y” influenzando la cultura millenaria di Neapolis. Ancora una volta, contrariamente a quanto si possa pensare, e’ l’amore per la conoscenza, ovvero la filosofia a mettere a fuoco i problemi di di economia di ogni tempo.