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Una fotografia riemersa dall’archivio di Antonio Vecchione restituisce uno spaccato della Baiano di un tempo, quando la piazza era il cuore della vita sociale e quel tratto di marciapiede davanti al Palazzo Comunale rappresentava un punto d’osservazione privilegiato sulla comunità.
Ci sono fotografie capaci di andare oltre l’immagine e di riportare alla luce un intero mondo. È quanto accaduto ad Antonio Vecchione, che dal proprio archivio fotografico ha recuperato una vera e propria “cartolina baianese”: uno scatto nel quale volti, luoghi e consuetudini raccontano una Baiano profondamente diversa da quella di oggi.
La scena è ambientata in un luogo che, per molti anni, ha avuto un ruolo particolare nella vita sociale del paese: il breve tratto di marciapiede del Palazzo Comunale, tra il Circolo Sociale, la sezione della Democrazia Cristiana e il circolo dei combattenti. Un punto con affaccio privilegiato sulla piazza che Vecchione definisce, non senza affetto, la “tribuna d’onore” di Baiano.
Era qui che una parte della medio-alta borghesia baianese amava trascorrere le ore libere, seduta a osservare il continuo movimento della comunità. Un’abitudine che richiama persino i versi di Giacomo Leopardi: “e mira ed è mirata, e in cor s’allegra”.
Quando la piazza era il social network del paese
Prima degli smartphone e delle conversazioni virtuali, erano le piazze il vero luogo della socialità. Animate, rumorose e colorate, rappresentavano il cuore pulsante della comunità. C’erano i venditori ambulanti, le voci dei passanti, gli incontri casuali e le lunghe conversazioni.
In piazza si parlava di tutto: lavoro, politica, raccolto, progetti e affari, ma anche delle vicende più leggere della vita quotidiana. Il calcio, gli ultimi matrimoni, le storie delle famiglie e, inevitabilmente, qualche pettegolezzo.
La fotografia recuperata da Vecchione immortala proprio uno di questi momenti. Il gruppo ritratto ha appena partecipato alle celebrazioni del 4 novembre, con la deposizione di una corona d’alloro sotto la lapide dedicata a Nicola Litto.
Per chi ha vissuto intensamente quella stagione della vita comunitaria, riconoscere quei volti significa riannodare i fili della memoria.
Guardando la fotografia da sinistra, Vecchione ricorda Ferdinando Cuomo, Mario Sgambati, Carminuccio Bellofatto, “’o baffone”, Acierno “’o zaccaino”, Antonio Capiluongo, “’o marruzziello”, Salvatore Litto, “’o cufenaro”, il maresciallo Belloisi, riconoscibile dal cappello da alpino e dalle medaglie al valore.
E ancora Carminuccio Arbucci, Vincenzo Stingone, artista e autore del crocifisso di S. Apostoli, Amedeo De Luca, alle cui spalle si intravede il baffone di Acerra, e Giovanni Montuori. Dietro il gruppo, sulla porta del locale attiguo, compare invece il brigadiere Iodice.
Nomi e soprannomi che raccontano un’epoca nella quale l’identità di una comunità passava anche attraverso una familiarità immediata: bastava un nomignolo, un mestiere, un particolare del volto perché tutti sapessero di chi si stesse parlando.
Un mondo cambiato, ma la memoria resta
Quella funzione della piazza, osserva Vecchione, oggi sembra essersi quasi completamente perduta. Sono cambiati gli stili di vita, le abitudini e persino il modo di conversare. Molte delle relazioni che un tempo nascevano e si alimentavano sul marciapiede, davanti a un circolo o al centro della piazza, oggi passano attraverso lo schermo di uno smartphone.
Eppure fotografie come questa ricordano che la storia di un paese non è composta soltanto dai grandi avvenimenti. È fatta soprattutto di persone, incontri, consuetudini e piccoli rituali quotidiani.
Quella che potrebbe sembrare una semplice fotografia di gruppo diventa così un documento prezioso della memoria collettiva di Baiano: la testimonianza di un tempo in cui bastava sedersi in piazza per sentirsi parte della vita del paese.
E se quella socialità appare ormai lontana, Vecchione lascia aperto uno spiraglio di speranza: “Non bisogna disperare. È sempre possibile un miracolo”.
