ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA Quarta puntata — La notte prima

ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA  Quarta puntata — La notte prima

Ci sono luoghi che attraversiamo pensando a ciò che resta. Poi, fermandoci a guardarli, nasce una domanda: com’era la vita qui, quando queste pietre erano parte di una città viva?

Da questa curiosità nasce “Abella, i giorni dell’arena”, la nuova serie di racconti a puntate che Binews dedica all’anfiteatro avellano e al mondo dell’antica Abella.

Quarta puntata — La notte prima

«Mio padre è vivo?»

Valerio guardò la ciotola rovesciata. La zuppa si allargava sulla sabbia, scura nella luce della sera.

Lucio gli teneva ancora il braccio.

«Rispondimi.»

«L’ultima volta che l’ho visto, sì.»

Il giovane allentò la presa.

Per due anni aveva immaginato una tomba, una strada lontana, un corpo senza nome. Adesso gli tornò davanti una scena semplice: suo padre seduto al banco, intento a spingere il pollice lungo il bordo di una ciotola per cercare una scheggia.

«Quando?»

«Prima che mi portassero qui.»

Elio si avvicinò.

«Dove si trova?»

Valerio raccolse la ciotola e la posò sul muretto.

«In una proprietà fuori città. Lavora il legno per Varo.»

Lucio sentì le gambe farsi leggere.

«Portami da lui.»

«Non puoi andarci così.»

«Conosci la strada.»

«Conosco anche gli uomini che la sorvegliano.»

Il giovane guardò verso gli ingressi. Per un istante gli sembrò possibile attraversarli, raggiungere la strada e continuare a camminare fino a trovarlo.

Elio gli mise una mano sulla spalla.

«Prima capiamo.»

Lucio si scostò, ma rimase.

Valerio raccontò senza sedersi.

Quando era arrivato a casa del padre di Lucio, lavorava per uomini che riscuotevano debiti e consegnavano persone. Gli avevano mostrato un ordine e gli avevano detto che il falegname doveva rispondere a un’accusa.

«Non gli chiesi quale.»

«E questo dovrebbe giustificarti?»

«No.»

Lucio avrebbe preferito una scusa. Avrebbe saputo come respingerla.

Valerio continuò.

Il falegname aveva protestato. Sosteneva di possedere ricevute, conti che dimostravano pagamenti mai registrati e somme richieste due volte. Aveva nominato Varo.

«Lo accompagnai fino a una tenuta. Mi pagarono. Me ne andai.»

Elio abbassò gli occhi.

«Poi?» domandò Lucio.

«Poi tornai a chiedere altro denaro. Pensavo che quello che sapevo valesse qualcosa.»

«Ti vendettero.»

Valerio annuì.

«Mi accusarono di aver sottratto una parte dell’incasso. Gli uomini che avrebbero potuto smentirli confermarono tutto.»

Lucio ricordò le parole di Tito: un uomo poteva entrare in una casa per conto di qualcuno e finire venduto a qualcun altro.

«E l’anello?»

Valerio lo prese dalla veste.

«Tuo padre me lo diede quando ci incontrammo di nuovo. Mi riconobbe. Mi chiese di trovarti.»

«Lo hai tenuto.»

«Non sapevo dov’eri.»

Lucio tese la mano.

Questa volta Valerio lasciò cadere l’anello nel suo palmo.

Il bronzo era tiepido. Il piccolo pesce inciso sul bordo aveva la coda quasi consumata.

Lucio richiuse le dita prima che gli tremassero.

Tito li trovò così, vicino alla ciotola vuota.

Non chiese perché fossero ancora svegli. Guardò l’anello e comprese.

«Vi ha seguito qualcuno?»

Valerio scosse la testa.

Il maestro indicò il passaggio.

«Entriamo.»

Nella stanza degli attrezzi, Tito accese una lucerna e spostò due scudi davanti alla porta. Non avrebbero fermato nessuno, ma avrebbero fatto rumore.

Lucio si sedette sul bordo di una cassa.

«Varo aveva fatto sparire mio padre perché conosceva i suoi conti.»

Tito non rispose.

«È questo che dovevi dirmi?»

«Sospettavo che fosse accaduto qualcosa del genere. Non sapevo dove fosse.»

«Non hai cercato?»

Il vecchio si tolse il mantello.

«Ho cercato. Ho chiesto alle persone sbagliate e poi ho smesso.»

Lucio lo fissò.

Tito sostenne il suo sguardo.

«Mi dissero che avrei perso il lavoro. E che avrebbero trovato un modo per farmi perdere anche il resto.»

Elio fece scorrere il pollice sul proprio polso ancora gonfio.

«Che cosa vuole Varo dal combattimento?»

Valerio guardò la porta.

«Che Lucio non esca dall’arena.»

Nessuno si mosse.

La fiamma della lucerna si piegò a un soffio d’aria.

Il nome dell’avversario fu comunicato ufficialmente due giorni dopo.

Rufo riunì i gladiatori e lesse gli abbinamenti da una tavoletta. Alcuni uomini annuirono, altri si scambiarono un’occhiata.

Quando arrivò al nome di Lucio, rallentò appena.

«Contro Valerio.»

Il giovane guardò l’uomo dall’altra parte del gruppo.

Valerio non abbassò gli occhi.

Rufo continuò a leggere.

Elio avrebbe affrontato un combattente arrivato con un’altra compagnia. Non lo conosceva. Domandò a Tito quale armatura usasse, cercando di parlare con una voce ferma.

La giornata proseguì.

Si allenarono, mangiarono, controllarono l’equipaggiamento. Gli operai terminarono alcuni lavori e portarono via le tavole avanzate. All’esterno, venditori e visitatori cominciavano a occupare le strade.

Lucio si sorprese a osservare le mani di tutti.

Le mani di Rufo sulla tavoletta. Quelle degli operai sulle corde. Quelle di Valerio, che potevano decidere quanto tempo gli restasse.

La sera, Tito lo chiamò in disparte.

«Domani non provare a combattere la tua rabbia insieme a lui.»

«E che cosa devo fare?»

«Quello che hai imparato. Guardare. Proteggerti. Restare in piedi.»

Lucio toccò l’anello nascosto nella veste.

«Non basta.»

«Lo so.»

Questa volta il maestro non aggiunse altro.


La notte prima dei giochi, la città rimase sveglia più a lungo.

Dagli alloggi arrivavano il rumore di una brocca, una tosse, il fruscio di qualcuno che cambiava posizione sul giaciglio. Fuori si udivano voci e passi. Abella accoglieva gente che avrebbe trovato posto sulle gradinate al mattino.

Lucio non riusciva a dormire.

ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA  Quarta puntata — La notte primaElio gli sedeva accanto con un pezzo di pane in mano.

«Vuoi?»

«Non ho fame.»

L’amico ne spezzò ugualmente metà e gliela appoggiò sul ginocchio.

Lucio la prese.

«Hai paura?» domandò Elio.

«Sì.»

«Anch’io.»

Mangiarono lentamente.

Dopo un poco, Lucio tirò fuori il frammento di legno che aveva conservato durante il viaggio.

«Questo era il manico di una ciotola. Mio padre ci aveva fatto un errore.»

Elio lo osservò.

«Quale?»

«Aveva seguito male la venatura. Disse che il legno gli aveva dato un avvertimento e lui non aveva ascoltato.»

«Perché lo hai tenuto?»

Lucio passò un dito sulla parte liscia.

«Era rimasto sul tavolo quando lo portarono via.»

Elio non lo toccò. Aspettò che fosse Lucio a porgerglielo.

«Tienilo stanotte», disse il giovane.

L’amico sollevò gli occhi.

«Perché?»

«Se domani lo porto nell’arena, rischio di perderlo.»

Elio lo avvolse in un lembo della coperta.

«Te lo restituisco dopo.»

Lo disse con decisione, quasi fosse un compito assegnato da Tito.

Lucio annuì.

Più tardi Valerio comparve sulla soglia.

Elio si alzò subito.

«Voglio parlargli», disse l’uomo.

«Puoi farlo qui.»

Valerio guardò il ragazzo, poi si sedette sulla cassa più vicina.

«Domani proveranno a farci arrivare fino in fondo.»

Lucio sentì la bocca asciugarsi.

«Tu che cosa farai?»

«Non eseguirò l’ordine.»

Elio incrociò le braccia.

«E dovremmo crederti?»

«Non vi chiedo questo. Vi dico ciò che farò.»

Lucio guardò la cicatrice sul sopracciglio. Quante volte aveva immaginato di restituire a quell’uomo il dolore ricevuto? Adesso la sua vita dipendeva dalla possibilità che fosse cambiato.

«Che cosa ti ha promesso Varo?»

«Documenti che potrebbero aiutarmi a contestare la mia vendita. E una parte del denaro.»

«In cambio della mia morte.»

Valerio annuì.

Lucio distolse lo sguardo.

«Non possiamo fingere un incontro», continuò l’uomo. «Ci sono arbitri, uomini esperti, persone che conoscono i nostri movimenti. Se capiscono che ci siamo accordati, lo fermano.»

«Allora?»

«Combattiamo. Cerchiamo un momento in cui l’incontro possa finire senza quello che vuole lui.»

«E se quel momento non arriva?»

Valerio si alzò.

Per una volta non ebbe una risposta pronta.

«Farò in modo che arrivi.»

Prima dell’alba, Tito svegliò Lucio.

Gli porse una piccola tavoletta legata con un filo.

«Non aprirla qui.»

Il giovane si sollevò.

«Che cos’è?»

«Il nome della tenuta. La strada. E una persona che potrebbe aiutarti a raggiungerla.»

Lucio guardò il maestro.

«Come l’hai avuta?»

«Valerio mi ha detto dove cercare. Ho fatto una domanda che avrei dovuto fare due anni fa.»

Dall’altro lato della stanza, Elio cominciò a muoversi sotto la coperta.

Tito chinò la testa verso Lucio.

«Ho affidato una seconda copia a qualcuno fuori da qui. Se oggi succede qualcosa, non resterà tutto in questa stanza.»

Lucio strinse la tavoletta.

«Varo lo sa?»

«Non ancora.»

Quando entrarono nel corridoio che conduceva all’arena, il pubblico era già arrivato.

Il rumore scendeva dagli ingressi e riempiva il passaggio. A ogni passo, Lucio sentiva avvicinarsi la luce.

Rufo li fermò per un ultimo controllo.

Guardò le cinghie, gli scudi, le armi. Poi si trattenne davanti a Lucio.

«La veste.»

Il giovane rimase immobile.

«Aprila.»

Lucio pensò alla tavoletta nascosta sotto la cintura.

Valerio fece un passo.

Rufo sollevò una mano senza guardarlo.

«Non riguarda te.»

Fu Tito a parlare.

«L’ho controllato io.»

Rufo lo fissò.

Per un istante sembrò sul punto di insistere. Poi si scostò.

«Avanti.»

Lucio riprese a camminare.

All’uscita del passaggio vide l’arena, gli arbitri e le gradinate occupate. Cercò Varo e lo trovò nel posto riservato agli ospiti più importanti.

Il finanziatore parlava con un uomo seduto accanto a lui.

Lucio si fermò così bruscamente che Valerio quasi gli urtò la spalla.

L’uomo al fianco di Varo aveva capelli più bianchi di come li ricordava. Indossava una tunica pulita, troppo larga, e teneva le mani sulle ginocchia.

Le stesse mani che sapevano trovare una scheggia senza guardare.

Suo padre era lì.

Varo si chinò a dirgli qualcosa.

Poi alzò gli occhi verso Lucio e sorrise.

Continua nella quinta puntata: “Il primo duello”.

Racconto di fantasia ambientato nell’antica Abella. Personaggi e vicende sono immaginari.