“Abella, i giorni dell’arena”: su Binews la storia incontra il racconto

“Abella, i giorni dell’arena”: su Binews la storia incontra il racconto

Ci sono luoghi che attraversiamo pensando a ciò che resta. Poi, fermandoci a guardarli, nasce una domanda: com’era la vita qui, quando queste pietre erano parte di una città viva?

Da questa curiosità nasce “Abella, i giorni dell’arena”, la nuova serie di racconti a puntate che Binews dedica all’anfiteatro avellano e al mondo dell’antica Abella.

Seguiremo Lucio, un giovane gladiatore arrivato in una terra che ancora non conosce. Attraverso i suoi occhi entreremo nell’arena, condivideremo la fatica degli allenamenti e l’attesa dei giochi. Incontreremo amicizie, rivalità, segreti e il desiderio di una vita libera, mentre attorno all’anfiteatro si muove un’intera comunità.

Personaggi e vicende sono immaginari, inseriti in una narrazione ispirata al mondo romano. La serie distingue il racconto dalle testimonianze storiche: vuole avvicinare i lettori al passato attraverso le emozioni e invogliarli a conoscere i luoghi in cui è ambientata.

Per Binews, questa iniziativa è anche un modo di raccontare e valorizzare il territorio. Avella offre un patrimonio che merita attenzione, visite e nuove occasioni di scoperta. Un racconto può accendere la curiosità; vedere dal vivo l’anfiteatro, osservare le sue strutture e conoscerne la storia può trasformarla in un legame più profondo con il luogo.

Puntata dopo puntata, il viaggio di Lucio accompagnerà i lettori tra la sabbia dell’arena e la vita dell’antica città. E forse, alla prossima visita, quelle pietre suggeriranno domande nuove.

Il viaggio comincia su Binews con “Il forestiero”, prima puntata di “Abella, i giorni dell’arena”.

ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA

Prima puntata — Il forestiero

“Abella, i giorni dell’arena”: su Binews la storia incontra il raccontoQuando vide l’anfiteatro, Lucio smise di contare i passi.

Per tutta la mattina aveva contato per non pensare: cento fino al torrente, altri cento fino al bivio, poi cento ancora. Camminava dietro un carro che trasportava scudi, elmi e casse di attrezzi. A ogni buca, sotto il telo, il metallo tintinnava.

Adesso, oltre il dorso del mulo, scorgeva gli archi.

Non erano le mura di una città né la facciata di un tempio. Il terreno saliva attorno a una costruzione ampia, curva, e una scalinata conduceva verso il cielo.

«Abella», disse l’uomo alla guida del carro.

Lucio conosceva quel nome soltanto per averlo sentito durante il viaggio. Gli era parso il nome di un luogo dove sarebbero passati. Capì allora che era il posto dove lo avrebbero lasciato.

Il carro si fermò.

Un ragazzo scalzo attraversò la strada con un cesto di nocciole. Si arrestò a pochi passi dai nuovi arrivati e guardò prima le casse, poi gli uomini. Quando riconobbe un elmo spuntare dal telo, spalancò gli occhi.

«Sono loro!» gridò, prima di correre via.

Il conducente sputò nella polvere.

«Tra poco lo sapranno tutti.»

Lucio si passò la lingua sulle labbra secche.

Nel carro c’era anche la sua spada. Non l’aveva mai usata davanti a un pubblico.

Li fecero entrare attraverso un passaggio fresco.

Il cambiamento di luce fu così brusco che Lucio dovette rallentare. Alle sue spalle restarono il rumore delle ruote e le voci della strada; davanti sentiva soltanto il passo degli altri e il proprio respiro.

Poi il passaggio si aprì.

L’arena era vuota.

Sulle gradinate un uomo spazzava, sollevando una piccola nuvola di polvere. Due operai lavoravano vicino a un ingresso. Uno teneva una tavola, l’altro batteva un chiodo: tre colpi, una pausa, altri tre.

Lucio guardò i posti a sedere.

Provò a immaginarli occupati, ma rinunciò quasi subito. Bastavano già così.

«Non stare in mezzo.»

La voce arrivò da sinistra.

Un uomo dai capelli grigi sedeva sopra un blocco di pietra. Aveva un ginocchio fasciato e stava riparando una cinghia. Non alzò subito la testa.

«Il sole ti cuoce e intralci chi lavora. Vieni qui.»

Lucio obbedì.

L’uomo infilò il punteruolo nel cuoio, tirò il filo e soltanto allora lo guardò.

«Nome?»

«Lucio.»

«Hai già combattuto?»

«Durante gli allenamenti.»

«Davanti alla gente?»

«No.»

L’uomo annuì, come se quella fosse la risposta che si aspettava.

«Io sono Tito. Finché resti qui, fai quello che ti dico.»

Lucio osservò il ginocchio fasciato. Tito se ne accorse.

«La gamba funziona abbastanza per raggiungerti, se provi a fare lo sciocco.»

Uno degli uomini della compagnia rise. Lucio no.

Tito indicò una brocca.

«Prima bevi. Poi vediamo che cosa ti hanno insegnato.»

Gli diedero uno scudo da esercizio e una spada di legno.

Lucio li prese con sollievo. Il peso nelle mani gli era familiare. Durante il viaggio aveva avuto paura di dimenticare i movimenti, come se una strada troppo lunga potesse cancellare mesi di fatica.

Tito gli girò attorno.

«Alza lo scudo.»

Lucio lo alzò.

«Meno. Vuoi vedere il tuo avversario o aspettare che ti venga a cercare?»

Lo abbassò di poco.

«Piedi.»

Lucio cambiò posizione.

Tito sospirò.

«Ti hanno insegnato a stare fermo o a combattere?»

Il giovane sentì il viso scaldarsi.

«Mi hanno insegnato.»

«Allora fammelo vedere.»

“Abella, i giorni dell’arena”: su Binews la storia incontra il raccontoTito raccolse un bastone. Non sembrava abbastanza lungo da raggiungerlo.

Lucio se ne convinse un istante prima di ricevere un colpo sulla caviglia.

Indietreggiò.

Il bastone toccò il bordo dello scudo, poi la spalla.

«Se guardi soltanto quello che ho in mano, il resto di me può fare ciò che vuole.»

Lucio serrò i denti e tornò in posizione.

Il secondo tentativo andò peggio. Al terzo riuscì a evitare il colpo alla caviglia, ma inciampò arretrando.

Cadde su un fianco.

Dall’ingresso arrivò una breve risata.

Un giovane magro, con una brocca tra le mani, si ricompose subito.

«Non ridevo di te.»

Lucio, ancora a terra, lo fissò.

«No?»

«Mi è successo ieri. Nello stesso punto.»

Tito abbassò il bastone.

«E domani vi succederà di nuovo, se continuate a mettere i piedi dove non devono stare. Elio, posa l’acqua. Lo aiuti a rialzarsi e cominciate insieme.»

Il ragazzo tese una mano.

Lucio esitò, poi la afferrò.

A mezzogiorno mangiarono all’ombra.

La zuppa era densa e tiepida. Lucio la finì senza parlare, con la ciotola appoggiata sulle ginocchia. Gli facevano male una caviglia e l’orgoglio.

Elio sedeva accanto a lui.

«La prima volta Tito mi ha fatto cadere senza nemmeno alzarsi.»

Lucio lo guardò.

«Come?»

«Mi ha detto di spostare una cassa. Era vuota. L’ho tirata troppo forte.»

Questa volta Lucio sorrise.

Elio spezzò il pane.

«Da dove vieni?»

«Da lontano.»

Aspettò una seconda domanda. Non arrivò.

“Abella, i giorni dell’arena”: su Binews la storia incontra il raccontoElio gli porse metà del pane.

«Io da un posto dove mia sorella pensa ancora che lavori con i cavalli.»

Lucio abbassò gli occhi sulla ciotola.

«Non sa?»

«Mia madre sì.»

Dietro di loro qualcuno litigava per una coperta. Un altro uomo dormiva con la bocca aperta, incurante del caldo.

Elio raccolse alcune briciole nel palmo.

«Lei mi ha detto soltanto di tornare.»

Lucio avrebbe voluto chiedergli perché fosse lì, ma ricordò quanto gli era pesata la domanda sulla propria provenienza.

Mangiarono il resto in silenzio.

Poco dopo un uccellino si posò vicino al muro. Elio gli gettò le briciole, una alla volta.

Nel pomeriggio Lucio imparò che l’attesa poteva essere faticosa quanto l’allenamento.

Dovette pulire uno scudo, strofinare il metallo di un elmo e controllare una serie di cinghie. Tito gli fece rifare un nodo tre volte.

«Se si scioglie quando hai qualcuno davanti, non puoi chiedergli di aspettare.»

A metà del lavoro comparve un uomo con una tunica chiara, accompagnato da uno scrivano.

Tito si alzò.

L’uomo guardò i gladiatori senza salutarli. Si soffermò sui più robusti, fece una domanda sul numero degli uomini arrivati e un’altra sulle armi.

Quando raggiunse Lucio, gli prese il mento tra due dita e gli girò il volto verso la luce.

Il giovane irrigidì le spalle.

«Questo è nuovo?»

«Sì», rispose Tito.

«Sa reggersi in piedi?»

«Abbastanza.»

L’uomo lasciò il mento di Lucio.

«Fate in modo che impari il resto prima dei giochi.»

Lo scrivano segnò qualcosa sulla tavoletta.

Dopo che se ne furono andati, Elio si avvicinò.

«Quello paga.»

«Che cosa?»

Elio lo guardò, sorpreso.

«Lo spettacolo.»

Lucio seguì con gli occhi la tunica chiara che scompariva nel passaggio. Gli rimase sulla pelle il fastidio di quelle dita.

Verso sera Tito mandò gli uomini a riposare.

Lucio, invece, rimase vicino all’arena.

Il caldo si era attenuato. Le gradinate proiettavano ombre lunghe e gli operai avevano portato via gli attrezzi. Sul terreno erano rimaste orme, strisce tracciate dagli scudi e un piccolo chiodo che Lucio raccolse per evitare che qualcuno ci mettesse il piede.

Camminò fino al margine della sabbia.

Tra due pietre cresceva una piantina di nocciolo. Aveva poche foglie impolverate, una delle quali piegata sotto un sasso.

Lucio si chinò e lo spostò.

Sua madre conservava le nocciole in un sacchetto appeso vicino al focolare. Quando lui era piccolo, ne nascondeva qualcuna nella manica e gliela faceva trovare durante le passeggiate.

Gli sembrò di sentire il guscio spezzarsi tra le pietre, il suono secco che annunciava qualcosa di buono.

Si frugò nella veste.

Il piccolo frammento di legno che portava con sé era ancora lì: il manico rotto di una ciotola intagliata da suo padre. Aveva conservato quel pezzo perché era l’unica cosa che fosse riuscito a prendere.

«Non lasciare niente qui.»

Lucio si voltò.

Tito era all’imbocco del passaggio.

«Domani lavoreranno su quel tratto. Se è una cosa che ti serve, tienila addosso.»

Lucio chiuse la mano.

Il vecchio si avvicinò, zoppicando appena.

Per qualche istante guardarono insieme le gradinate.

«Quanta gente viene?» domandò Lucio.

«Abbastanza da farti dimenticare ogni faccia.»

«E tu come facevi?»

Tito si strofinò il ginocchio.

«Guardavo l’uomo davanti a me.»

“Abella, i giorni dell’arena”: su Binews la storia incontra il raccontoLucio attese.

«Non basta», disse infine.

Tito lo osservò con maggiore attenzione.

«No. Ma è da lì che cominci.»

Quella notte Lucio si svegliò prima che qualcuno accendesse una lucerna.

Non sapeva che cosa lo avesse destato.

Nel buio sentiva gli altri respirare. Elio dormiva poco lontano, girato sul fianco, con un braccio sotto la testa.

Poi arrivarono delle voci.

Venivano dall’esterno.

Lucio riconobbe Tito.

«Hai promesso un incontro diverso.»

Un secondo uomo rispose piano, ma non abbastanza.

«Mi è stato chiesto un nome che il pubblico ricordi.»

«Questo ragazzo non ha esperienza.»

«Proprio per questo.»

Lucio si sollevò su un gomito.

Fuori, qualcuno mosse un passo sulla ghiaia.

«Non metterlo contro di lui», disse Tito.

Seguì un silenzio.

Poi l’altra voce:

«La decisione è presa.»

Lucio rimase immobile.

Non sapeva se stessero parlando di lui. C’erano altri giovani, altri nuovi arrivati. Provò a ricordarselo mentre i passi si allontanavano.

Ma quando Tito entrò, si fermò accanto al suo giaciglio.

Il vecchio aspettò un istante, come se volesse accertarsi che dormisse.

Lucio tenne gli occhi chiusi.

Sentì la punta di un bastone toccare piano il pavimento.

Poi Tito uscì di nuovo.

La mattina seguente, prima ancora dell’acqua e degli esercizi, un carro attraversò l’ingresso dell’anfiteatro.

Trasportava un solo uomo.

Il nuovo arrivato scese senza aiuto. Aveva un mantello scuro e una lunga cicatrice che gli attraversava il sopracciglio. Gli altri gladiatori smisero di parlare.

Elio afferrò Lucio per un braccio.

«Non guardarlo troppo.»

«Chi è?»

Prima che l’amico rispondesse, Tito pronunciò il nome.

«Valerio.»

L’uomo si tolse il mantello e guardò l’arena.

Poi voltò la testa verso Lucio.

Sorrise.

Lucio lo riconobbe.

Era l’uomo che aveva portato via suo padre.

Continua nella seconda puntata: “La scuola della sabbia”.

Racconto di fantasia ambientato nell’antica Abella. Personaggi e vicende sono immaginari; le consuetudini del mondo gladiatorio costituiscono lo sfondo storico della narrazione.