MANDAMENTO BAIANESE, NEL 2026 ANCORA A CACCIA DEL SEGNALE. MA APPENA ARRIVA UN’ANTENNA PARTE LA CROCIATA

MANDAMENTO BAIANESE, NEL 2026 ANCORA A CACCIA DEL SEGNALE. MA APPENA ARRIVA UN’ANTENNA PARTE LA CROCIATA

Nel 2026, nel Mandamento Baianese, c’è ancora un problema che in altre realtà sembra appartenere al passato. Ci sono cittadini che per fare una telefonata devono spostarsi, abitazioni nelle quali il segnale entra a fatica, strade dove la connessione dati diventa intermittente e zone nelle quali avere uno smartphone di ultima generazione serve a ben poco se la rete semplicemente non arriva.

Non è una novità e non è nemmeno una polemica nata oggi. BINEWS aveva già documentato nell’ottobre 2025 una situazione pesantissima tra Baiano, Avella e Sperone, parlando apertamente di isolamento digitale.

A Baiano venivano segnalati problemi legati alla copertura della stazione radio presso la Circumvesuviana e alla necessità di nuove infrastrutture. Ad Avella risultavano numerose strade con segnale debole o assente e difficoltà per diversi operatori. A Sperone la situazione descritta era ancora più grave, con l’assenza di un sito radio attivo sul territorio comunale e una copertura stabile fortemente insufficiente.

A distanza di quasi un anno, le segnalazioni che continuano ad arrivare dal territorio raccontano un problema tutt’altro che superato. A Baiano la copertura continua a essere insufficiente in diverse zone. Ad Avella la situazione viene descritta come ancora più problematica in ampie porzioni del centro abitato. A Sperone si continua a fare affidamento in larga parte sui segnali provenienti dagli impianti dei comuni confinanti.

Sarebbe quindi utile che operatori e amministrazioni rendessero pubblici dati aggiornati sulla copertura reale e sugli interventi programmati, perché su un servizio essenziale non bastano le mappe commerciali: servono riscontri sul territorio.

QUANDO ARRIVA UN’ANTENNA, PARTE LA CROCIATA

Ma la parte più incredibile della storia arriva proprio quando qualcuno prova a migliorare la situazione.

Ogni volta che compare una pratica per una nuova stazione radio base o per il potenziamento di un impianto esistente, una parte del dibattito pubblico sembra improvvisamente dimenticare che quelle antenne sono esattamente ciò che permette ai nostri telefoni di funzionare.

Cominciano immediatamente le paure, gli appelli, le condivisioni sui social e, troppo spesso, le solite associazioni automatiche tra antenne, 5G e tumori.

Nel Mandamento esiste persino un gruppo Facebook dedicato all’opposizione alle antenne 5G nel quale vengono condivisi contenuti allarmistici provenienti dalla galassia No 5G nazionale. Tra questi sono comparsi anche post che accostano onde radio, ossido di grafene, vaccini e cervello o che prospettano scenari catastrofici legati a fantomatiche attivazioni del 5G a determinate frequenze.

Il problema non è che qualcuno abbia dei dubbi. I dubbi sono legittimi. Il problema nasce quando una domanda viene trasformata in una certezza e una teoria condivisa sui social viene presentata alla popolazione come se avesse lo stesso valore di una valutazione scientifica.

COSA DICE LA SCIENZA

Su questo bisogna essere seri.

Il Ministero della Salute, aggiornando le informazioni scientifiche disponibili, afferma che la preoccupazione secondo cui l’esposizione alle radiofrequenze possa provocare il cancro non trova oggi un fondamento robusto nelle conoscenze disponibili.

Questo non significa sostenere che la ricerca sia terminata o che qualsiasi esposizione sia irrilevante. Le radiofrequenze sono state classificate dalla IARC nel gruppo 2B, quello dei possibili cancerogeni, sulla base di evidenze limitate, e la ricerca sugli effetti a lungo termine continua.

Significa però una cosa molto precisa: non esiste una dimostrazione scientifica che consenta di affermare, come spesso viene fatto sui social, che un’antenna 5G autorizzata e operante entro i limiti previsti provochi tumori alla popolazione circostante.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che, dopo le ricerche effettuate sulle tecnologie wireless, non è stato stabilito un effetto sanitario avverso causalmente collegato all’esposizione quando vengono rispettate le linee guida previste.

E c’è un altro dato che raramente entra nelle discussioni sui social.

Il Ministero della Salute spiega che la potenza utilizzata dal telefono viene regolata automaticamente in funzione della distanza dalla stazione radio base. Una buona copertura permette quindi al terminale di comunicare con la rete senza dover continuamente cercare un segnale lontano.

Lo stesso Ministero, tra le buone pratiche per ridurre l’esposizione personale, consiglia di effettuare le chiamate in condizioni di buona ricezione e in zone con elevata copertura della rete mobile.

Questo non significa che bisogna piazzare antenne ovunque senza regole. Significa esattamente il contrario.

Ogni impianto deve essere progettato correttamente, autorizzato, controllato e deve rispettare rigorosamente i limiti previsti. I cittadini devono poter conoscere i progetti, chiedere spiegazioni e contestare eventuali irregolarità.

Ma una contestazione urbanistica o amministrativa è una cosa. Dichiarare per principio che un impianto è pericoloso perché è un’antenna è tutt’altra cosa.

IL CASO ILIAD AD AVELLA

Lo dimostra anche la vicenda dell’impianto Iliad di Avella.

Il contenzioso arrivato davanti al Consiglio di Stato riguarda questioni amministrative e la legittimità del procedimento autorizzativo. Il Consiglio di Stato, nel maggio 2026, ha sospeso cautelarmente la precedente sentenza favorevole a Iliad in attesa della discussione di merito fissata per il 29 ottobre.

Non ha pronunciato alcuna sentenza scientifica sulla pericolosità sanitaria del 5G.

Confondere le due questioni significa trasformare una controversia amministrativa in qualcosa che semplicemente non è.

ALLORA DECIDIAMO: VOGLIAMO IL SEGNALE O NO?

E allora una domanda al Mandamento bisogna farla.

Vogliamo davvero una copertura mobile degna del 2026 oppure no?

Perché non possiamo lamentarci quando il telefono non prende a Baiano, quando ad Avella il segnale scompare entrando in determinate strade o abitazioni, quando a Sperone manca una copertura propria adeguata e, contemporaneamente, considerare ogni nuova infrastruttura una minaccia prima ancora che siano stati esaminati progetto, misurazioni e autorizzazioni.

Non funziona così.

Internet veloce, telefonate stabili, servizi digitali, telelavoro, pagamenti elettronici, navigazione, videosorveglianza connessa e comunicazioni di emergenza non viaggiano nell’aria per miracolo.

Dietro quell’icona con quattro o cinque tacche sullo smartphone ci sono infrastrutture fisiche. Se le infrastrutture sono poche, lontane o collocate male, il risultato è esattamente quello che tanti cittadini del Mandamento lamentano da anni.

La battaglia giusta, quindi, non dovrebbe essere contro le antenne.

La battaglia dovrebbe essere per avere antenne progettate bene, collocate razionalmente, controllate seriamente e capaci finalmente di garantire una copertura uniforme a Baiano, Avella e Sperone.

Chi ha dubbi faccia domande. Chi vuole verifiche pretenda verifiche. Chi individua una violazione la denunci. Ma smettiamo di sostituire dati e competenze con fotografie, video e messaggi allarmistici condivisi migliaia di volte sui social.

Perché il rischio, altrimenti, è quasi grottesco: continuare a chiedere più segnale con una mano e combattere qualsiasi infrastruttura necessaria per ottenerlo con l’altra.

Il Mandamento Baianese non ha bisogno di una guerra ideologica tra favorevoli e contrari al 5G. Ha bisogno di informazione corretta, controlli seri e, soprattutto, di una rete mobile finalmente all’altezza dei tempi.

Nel 2026 restare senza segnale non è progresso. Ma nemmeno avere paura di ogni antenna sulla base dell’ultimo post comparso su Facebook può esserlo.

Luigi Carbone