
![]()
Dall’8 settembre 1943 alla nascita della tradizione dei “fujentes”: fede, memoria e devozione alla Madonna delle Grazie. Una storia tramandata di generazione in generazione che continua ancora oggi
AVELLA – Ci sono tradizioni che attraversano il tempo perché custodiscono qualcosa di più profondo di una semplice ricorrenza. Raccontano la storia di una comunità, le sue paure, le speranze, la fede e quella capacità tutta popolare di trasformare un momento destinato a rimanere nella memoria in un impegno da tramandare ai figli.
È il caso dei Battenti di Avella, i “fujentes”, protagonisti di una storia dalle radici antiche e profondamente legata alla devozione verso Maria Santissima delle Grazie.
Uno dei momenti fondamentali della loro memoria riporta all’8 settembre 1943, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.
Quella campana che suonava senza fermarsi
Era l’8 settembre quando nei rioni Cortalupini, Casa Briante e Casagnotta accadde qualcosa di insolito.
La campana della chiesa della Madonna delle Grazie cominciò a suonare con insistenza. Un suono forte, continuo e soprattutto fuori dall’orario abituale.
In anni segnati dalla guerra, ogni avvenimento inatteso poteva significare l’arrivo di una nuova, terribile notizia dal fronte.
«Perché sta suonando la campana a quest’ora? Cosa sarà successo? Qualche altra brutta notizia dal fronte?».
Gli interrogativi si rincorsero rapidamente tra gli abitanti. Dalla piazzetta sterrata la gente si precipitò verso la chiesa.
Ad attenderla c’era il parroco, don Giuseppe Bifulco, sacerdote ma anche poeta e scrittore.
Questa volta, però, non c’erano cattive notizie.
Secondo il racconto tramandato dalla comunità, don Giuseppe si presentò all’altare visibilmente emozionato e annunciò:
«Oggi è una giornata importante e storica. La Madonna ha chiamato i suoi figli. È finita la guerra».
Era il giorno in cui veniva reso pubblico l’armistizio firmato dall’Italia con gli Alleati.
Per quella popolazione provata dal conflitto, quelle parole rappresentarono una liberazione.
In chiesa scoppiarono pianti di gioia, abbracci e discussioni concitate. Poi la preghiera. Tutti vollero ringraziare la Madonna per quella notizia tanto attesa, in un paese che portava ancora con sé anche il doloroso ricordo dei 41 avellani caduti durante la Prima Guerra Mondiale del 1915-1918.
«Creiamo l’Associazione dei Battenti»
È in quel clima di commozione che, secondo la memoria tramandata, maturò un’idea destinata a lasciare un segno nella storia religiosa e popolare di Avella.
A lanciarla fu Francesco Ciriaco, conosciuto come “’O uttaianese”.
La sua proposta fu semplice: costituire un’Associazione dei Battenti per ricordare nel tempo quel momento e ringraziare la Madonna delle Case Nove.
L’idea raccolse immediatamente il consenso dei presenti, che indicarono proprio Ciriaco come possibile presidente.
Lui, tuttavia, era già impegnato con i Battenti di Mugnano del Cardinale e propose un altro nome: quello dell’amico e cognato Arturo Vetrano, conosciuto come “’O Chiapparello”.
Vetrano accettò l’incarico.
Cominciava così a prendere forma un’organizzazione destinata a custodire e tramandare negli anni la devozione dei Battenti avellani.
La prima bandiera e il gesto di Antonio D’Avanzo
Serviva però un simbolo nel quale tutti potessero riconoscersi: la bandiera.
L’idea iniziale era quella di formare una commissione e attraversare il paese chiedendo ai cittadini un contributo volontario per poterla realizzare.
Ma non ce ne fu bisogno.
A farsi avanti fu un avellano, Antonio D’Avanzo, conosciuto come “’O paglioccolo”, che decise spontaneamente di sostenere l’intera spesa necessaria alla realizzazione della bandiera.
Un gesto di generosità che la commissione volle riconoscere in maniera particolare.
Fu deciso che sua figlia Antonietta sarebbe diventata la prima madrina della bandiera dei Battenti di Avella.
Quel vessillo, destinato a diventare uno dei simboli della devozione popolare avellana, misurava 66 centimetri di larghezza e 59 di altezza. Al centro portava l’immagine della Madonna delle Grazie, la relativa dicitura e la data 1945.
Ed è proprio all’8 settembre 1945 che la tradizione fa risalire la formalizzazione dell’impegno:
ogni Lunedì in Albis i Battenti avellani sarebbero usciti ufficialmente per rendere omaggio alla loro Madre Santissima.
Dai padri ai figli, fino ai bambini
Da quel momento la promessa non si è interrotta.
Gli anni sono passati, sono cambiate le generazioni e Avella stessa è profondamente cambiata. Ma i Battenti hanno continuato a esserci.
Ai più anziani sono subentrati i giovani e dietro di loro sono arrivati i bambini.
È probabilmente questa l’immagine che meglio racconta la forza della tradizione: generazioni diverse che continuano a camminare insieme seguendo gli stessi simboli e ripetendo gesti ricevuti da chi li ha preceduti.
Perché quella dei Battenti non è soltanto una pagina della storia religiosa di Avella. È anche un pezzo della sua identità popolare.
Dal 1948 il pellegrinaggio verso San Pellegrino
Alla devozione per la Madonna delle Grazie si aggiunse successivamente un’altra tradizione che resiste ancora oggi: il pellegrinaggio in onore di San Pellegrino Martire ad Altavilla Irpina.
La memoria storica individua nel 23 agosto 1948 l’inizio di questo ulteriore appuntamento.
Prima della partenza, dopo la celebrazione della Santa Messa, il parroco di San Pietro impartiva la benedizione ai Battenti e al tosello. Poi iniziava il cammino verso Altavilla Irpina per rendere omaggio a San Pellegrino Martire.
Un rito che, attraversando decenni di storia, continua ancora oggi.
Una storia che appartiene ad Avella
Dietro i Battenti ci sono dunque nomi, volti e soprannomi che appartengono alla memoria di un paese: Francesco Ciriaco “’O uttaianese”, Arturo Vetrano “’O Chiapparello”, Antonio D’Avanzo “’O paglioccolo”, Antonietta D’Avanzo e don Giuseppe Bifulco.
Persone comuni che, in un momento straordinario della storia, contribuirono a costruire qualcosa destinato a sopravvivere loro.
E forse è proprio qui il significato più profondo della vicenda.
Tutto parte dal suono di una campana in un giorno di guerra. Da uomini e donne che corrono verso una chiesa temendo di ricevere l’ennesima notizia dolorosa. Dall’annuncio che accende improvvisamente una speranza. Da una preghiera collettiva e dalla volontà di non dimenticare.
Da quel momento sono trascorsi più di ottant’anni, ma quella campana sembra idealmente continuare a suonare.
Lo fa ogni volta che i Battenti indossano i loro abiti, ogni volta che viene portata la bandiera, ogni volta che un giovane prende il posto di un anziano e ogni volta che un bambino si avvicina per la prima volta a quella tradizione.
È così che una promessa diventa memoria. Ed è così che la memoria, ad Avella, continua a camminare sulle gambe dei suoi “fujentes”.