Cosa vede la mente quando sfiora la morte? La DMT e il mistero delle esperienze ai confini della vita

Cosa vede la mente quando sfiora la morte? La DMT e il mistero delle esperienze ai confini della vita

Un esperimento dell’Imperial College London ha coinvolto 13 volontari: sotto l’effetto della sostanza psichedelica hanno descritto sensazioni sorprendentemente vicine a quelle raccontate da chi ha vissuto esperienze di pre-morte. Ma la scienza invita alla prudenza.

LONDRA — La sensazione di non avere più un corpo. Il tempo che sembra perdere significato. Una pace profonda, quasi assoluta. E poi l’impressione di oltrepassare una soglia e di trovarsi in una realtà completamente diversa.

Sono elementi che compaiono frequentemente nei racconti delle cosiddette Near-Death Experiences (NDE), le esperienze di pre-morte riferite da alcune persone sopravvissute a condizioni di grave pericolo per la vita.

Ma sensazioni simili possono essere riprodotte senza trovarsi realmente vicini alla morte?

È una delle domande affrontate da un gruppo di ricercatori dell’Imperial College London, attraverso un esperimento nel quale 13 volontari hanno ricevuto, in condizioni controllate, N,N-dimetiltriptammina (DMT), una sostanza psichedelica dagli effetti estremamente intensi e di breve durata. Lo studio è stato pubblicato nel 2018 sulla rivista scientifica Frontiers in Psychology.

Quando pochi minuti sembrano un viaggio altrove

Durante lo studio i partecipanti hanno affrontato, in momenti differenti, una sessione con DMT e una con placebo. Dopo l’esperienza, i ricercatori hanno analizzato ciò che avevano percepito utilizzando anche la Greyson NDE Scale, uno strumento impiegato nello studio delle esperienze di pre-morte.

Il dato che attirò maggiormente l’attenzione fu significativo: tutti i 13 partecipanti, dopo aver ricevuto DMT, raggiunsero il punteggio utilizzato come soglia per classificare un’esperienza come assimilabile a una NDE.

Le descrizioni comprendevano fenomeni difficili da ricondurre all’esperienza quotidiana: alterazione del tempo, sensazione di separazione dal corpo, percezione di entrare in un ambiente differente e sentimenti di profonda tranquillità o trascendenza.

Non si trattava, naturalmente, di persone realmente in fin di vita. Ed è proprio questo particolare a rendere l’esperimento interessante.

Il confronto con vere esperienze di pre-morte

I ricercatori hanno messo a confronto le risposte dei volontari con quelle raccolte da persone che avevano precedentemente raccontato di avere vissuto una reale esperienza di pre-morte.

Le somiglianze sono risultate numerose.

Questo, però, non significa che la DMT abbia permesso ai volontari di sperimentare la morte, né dimostra che le NDE siano necessariamente provocate dalla stessa sostanza.

Il contesto psicologico e fisiologico rimane profondamente diverso. Una persona coinvolta in un esperimento sa di trovarsi in un ambiente protetto; chi affronta un arresto cardiaco, un grave trauma o un’altra situazione potenzialmente letale vive condizioni biologiche ed emotive completamente differenti.

Lo stesso Imperial College sottolineò come i risultati mostrassero una significativa sovrapposizione tra le due tipologie di esperienza, senza per questo renderle equivalenti.

Il cervello produce DMT quando stiamo morendo?

È probabilmente la domanda più affascinante, ma anche quella sulla quale occorre maggiore cautela.

Da tempo viene discussa l’ipotesi di un possibile coinvolgimento della DMT endogena, cioè presente naturalmente nell’organismo, nelle esperienze che accompagnano condizioni estreme. Lo studio londinese, tuttavia, non ha dimostrato che il cervello umano rilasci grandi quantità di DMT al momento della morte.

Non possiamo quindi concludere che i tunnel, la luce, la sensazione di uscire dal corpo o altre immagini riferite nelle NDE siano semplicemente il risultato di una scarica di questa sostanza.

L’esperimento suggerisce qualcosa di diverso: intervenendo chimicamente sul cervello è possibile generare stati di coscienza che condividono alcune caratteristiche con quelli raccontati da persone arrivate molto vicine alla morte.

Ed è già una scoperta importante.

Il grande interrogativo sulla coscienza

Il lavoro dell’Imperial College appartiene a un campo di ricerca più ampio dedicato agli psichedelici e al loro possibile impiego scientifico e terapeutico. Negli ultimi anni sostanze un tempo associate quasi esclusivamente all’uso ricreativo sono diventate oggetto di studi controllati per comprenderne gli effetti sulla coscienza e valutarne, in specifici contesti clinici, le possibili applicazioni.

Anche il rapporto tra psichedelici ed esperienze di pre-morte continua a essere studiato: una ricerca pubblicata nel 2025 ha nuovamente esaminato somiglianze e differenze tra NDE e stati prodotti dalla DMT.

Rimane però una frontiera piena di interrogativi.

Che cosa accade davvero alla coscienza quando il cervello si trova in condizioni estreme? Perché persone diverse descrivono esperienze con elementi ricorrenti? E perché una sostanza psichedelica riesce a produrre percezioni tanto simili?

La ricerca non offre una risposta alla domanda più grande — cosa accada dopo la morte — e non pretende di farlo.

Ci mostra invece qualcosa che riguarda i vivi: quanto profondamente il cervello possa modificare la nostra percezione del corpo, del tempo, dello spazio e persino della realtà stessa.

E forse è proprio questo l’aspetto più sorprendente dell’esperimento: per avvicinarsi scientificamente al mistero della morte, i ricercatori stanno imparando qualcosa di nuovo sul mistero della coscienza.