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(RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO) – Una riflessione profonda che parte dal ricordo familiare per farsi memoria collettiva. Maicol A. ci guida tra le pieghe del tempo di Sirignano, dove la tradizione non è un semplice rito, ma un legame indissolubile che attraversa i decenni: dalla maestria degli anni ’20 al fervore culturale degli anni ’97, fino ai sorrisi delle nuove generazioni che continuano a far danzare la storia.
Il tempo è un tessitore silenzioso che intreccia i passi dei padri con quelli dei figli, trasformando la polvere delle piazze in una scia di luce che non si spegne mai. C’è un legame invisibile, fatto di sguardi e di movenze, che sopravvive anche quando i costumi si logorano e le voci svaniscono. È la memoria del cuore, quella che sa ritrovare la strada di casa anche attraverso il frastuono di una festa che l’anima fatica ad accettare.
Ci sono tradizioni che non si scelgono, ma che ti camminano a fianco come ombre gentili. Per molti il Carnevale è il tempo del frastuono, ma per me è sempre stato una stagione carica di malinconia. Fin da bambino non ho mai amato questa parodia; eppure, scavando tra vecchie fotografie, mi rendo conto che la storia della mia famiglia è tenuta insieme da un filo invisibile che attraversa il tempo.
Il mio pensiero corre a mio nonno Andrea, il papà di mia madre. Se n’è andato nel settembre del 1953, quando lei era ancora piccola. Non l’ho mai conosciuto, ma ho sempre cercato di immaginare le sue movenze, la sua capacità di trasformarsi in scena mentre interpretava la Canzone dei Mesi e la Zeza. La Canzone dei Mesi era un rito antico, una sfilata di dodici personaggi che recitavano rime per propiziare l’abbondanza dell’anno; la Zeza, invece, era una farsa cantata, il racconto dei battibecchi tra il geloso Pulcinella — il nostro Maretiello — e sua moglie Lucrezia. Mio nonno sapeva incantare la piazza muovendosi con una maestria che è rimasta impressa nei racconti di chi c’era. Per anni, mia madre ha custodito il suo costume come un tesoro prezioso; oggi che quel vestito è andato perduto, restano i gesti tramandati, quel modo unico di interpretare la vita che era solo suo.
In una fotografia storica, questo filo invisibile si fa più teso. Rivedo Zio Vituccio, figlio di Zio Alessandro e nipote di mio nonno, in coppia con la Sig.ra Gaetanina Stingone. Sono in Piazza dei Caduti: un’immagine potente, con la piazza invasa da una folla immensa che occupa persino il sagrato militare, luogo di assoluto rispetto che quel giorno si apriva al passaggio della festa. Vedere lo Zio e la Sig.ra Gaetanina recitare con tanta forza proprio lì è la prova di quanto quel teatro di strada fosse radicato nel cuore del paese.
Un capitolo fondamentale di questo percorso si è scritto nel 1997. In quel periodo, il Dott. Attilio Napolitano (già Sindaco di Sirignano nel 1980) ricopriva il ruolo di Presidente del Centro Socio-Culturale “Insieme per Sirignano”. Sotto la sua guida lungimirante, il Centro divenne il vero motore delle iniziative culturali, promuovendo con passione la riscoperta delle tradizioni locali. Tra le testimonianze più significative di quegli anni, spicca la fotografia che ritrae il Dott. Napolitano seduto proprio insieme a Zio Vituccio. Questo scatto è il simbolo di uno spirito di profonda collaborazione, amicizia e rispetto; l’unione ideale tra generazioni diverse per il bene comune della comunità.
C’è una foto che però manca all’appello, quella degli anni ’20 o ’30, quando nonno Andrea era giovane. La vedo chiudendo gli occhi: lo vedo ballare tra nuvole di polvere, i volti segnati dal carbone e i costumi di tessuti ruvidi che profumano di terra. È un’immagine persa, che ha trovato però un modo magico per tornare a galla oggi.
Quel filo arriva infatti fino ai giorni nostri e si illumina nei colori di una foto recente. Vedo mio figlio CARLO ACIERNO, il pronipote di Andrea (suo bisnonno), mentre balla il Laccio d’Amore nel Baianese. Indossa il gilet giallo oro e sul suo volto c’è un sorriso che splende, lontano dalla mia malinconia. È incredibile osservare i suoi movimenti: in quel passo fiero sembra di rivedere un’eco del suo bisnonno. Carlo non ha mai visto quegli attori degli anni ’30, eppure i suoi piedi sembrano conoscere già la strada. Senza saperlo, sta riannodando quel filo. Mentre io resto fermo nel mio “non mi piace”, CARLO ACIERNO trasforma la tristezza in movimento, dimostrando che le radici sanno sempre come continuare a danzare.
Maicol A.








