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di Salvatore Guerriero, Presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo
C’è un dato che dovrebbe far riflettere più di ogni dichiarazione di principio. Negli ultimi anni l’Italia ha installato meno capacità rinnovabile rispetto ai principali partner europei. Non si tratta di una semplice distanza statistica, ma del segnale evidente di un ritardo che rischia di tradursi in perdita di competitività, aumento dei costi energetici e maggiore dipendenza dall’estero.
Eppure, il paradosso è sotto gli occhi di tutti. L’Italia dispone di condizioni naturali tra le più favorevoli d’Europa, di una filiera industriale capace e di un tessuto imprenditoriale pronto a investire. Il limite non è nella disponibilità delle risorse, ma nella capacità di trasformarle in sviluppo.
È in questo scarto tra potenziale e risultati che si gioca oggi una delle partite decisive per il futuro del Paese.
Continuare a leggere la transizione energetica come una contrapposizione tra modelli alternativi rappresenta un errore che non possiamo più permetterci. La realtà impone un approccio diverso, più maturo, fondato su equilibrio e responsabilità. Non esiste una via unica, né scorciatoie ideologiche in grado di garantire sicurezza, sostenibilità e crescita allo stesso tempo.
Serve, al contrario, una strategia integrata che tenga insieme più direttrici. Le energie rinnovabili devono essere accelerate con decisione, superando gli ostacoli che oggi ne rallentano lo sviluppo. Accanto a esse, è necessario aprire con serietà il tema di un nuovo nucleare, sicuro e tecnologicamente avanzato, capace di contribuire alla stabilità del sistema. Nel frattempo, le fonti tradizionali non possono essere rimosse dal quadro, ma gestite con pragmatismo per accompagnare la fase di transizione.
Questa non è una posizione intermedia, ma una scelta di responsabilità.
Il vero nodo italiano resta quello della governance. Procedure autorizzative lunghe e incerte, livelli decisionali sovrapposti, resistenze territoriali non sempre governate, ritardi infrastrutturali. Sono criticità note, che tuttavia continuano a produrre effetti concreti sul sistema produttivo e sugli investimenti.
Trasformare queste fragilità in punti di forza è la sfida che abbiamo davanti. Significa semplificare davvero, senza ambiguità. Significa definire con chiarezza le aree in cui investire. Significa coinvolgere i territori in modo trasparente, rendendoli parte attiva del processo. Significa, soprattutto, garantire stabilità normativa e tempi certi, condizioni indispensabili per attrarre capitali e pianificare lo sviluppo.
Nel frattempo, la crisi energetica continua a esercitare una pressione significativa su imprese e famiglie. Ignorarla sarebbe un errore. Affrontarla richiede misure immediate, capaci di assicurare continuità negli approvvigionamenti e sostenibilità dei costi, senza perdere di vista l’obiettivo di lungo periodo.
È qui che si misura la qualità della classe dirigente. Nella capacità di tenere insieme l’urgenza del presente e la costruzione del futuro.
Le imprese italiane hanno dimostrato, anche nei momenti più complessi, di saper reagire e innovare. Oggi chiedono un contesto che consenta loro di fare altrettanto nel campo dell’energia. Non domandano protezione, ma condizioni. Non cercano scorciatoie, ma regole chiare.
L’Italia non può permettersi di restare in una posizione di attesa. La competizione si gioca ora, e riguarda la struttura stessa della nostra economia.
Per questo è necessario un salto di qualità nelle scelte. Un patto tra istituzioni, imprese e territori che non si limiti agli annunci, ma produca risultati misurabili. Un patto che riconosca nell’energia non solo una questione tecnica, ma una leva strategica per la crescita, la sicurezza e l’autonomia del Paese.
Il tempo delle analisi è finito. È iniziato il tempo delle decisioni.
