“ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA”. Sesta puntata — Il prezzo della vittoria

ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA. Sesta puntata — Il prezzo della vittoria

Ci sono luoghi che attraversiamo pensando a ciò che resta. Poi, fermandoci a guardarli, nasce una domanda: com’era la vita qui, quando queste pietre erano parte di una città viva?

Da questa curiosità nasce “Abella, i giorni dell’arena”, la nuova serie di racconti a puntate che Binews dedica all’anfiteatro avellano e al mondo dell’antica Abella.

Sesta puntata — Il prezzo della vittoria

Tuo padre ti aspetta. Vieni solo.

Lucio lesse le parole due volte.

Poi guardò Tito.

«Quando l’hanno fatto?»

Il maestro inclinò la tavoletta verso la luce.

«Potrebbe essere accaduto mentre controllavano l’equipaggiamento. O prima.»

Elio si avvicinò.

«Ma dove dovresti andare? Hanno cancellato la strada.»

Lucio passò un dito sul bordo di legno. La cera era stata spianata in fretta; vicino alla cerniera restavano segni della scrittura precedente.

Tito gli prese delicatamente la tavoletta.

«La seconda copia è al sicuro.»

«Da chi?»

«Da una donna che vende cuoio. Si chiama Flavia. È lei che ieri ha chiesto della tenuta per me.»

Lucio si alzò, ma il dolore alla spalla lo costrinse a fermarsi.

Elio gli mise una mano sotto il gomito.

«Prima siediti.»

Dall’arena arrivò un nuovo applauso. Un altro incontro era cominciato.

La giornata dei giochi continuava, mentre Lucio cercava di capire chi avesse avuto accesso alla sua veste.

Rufo tornò poco dopo.

Non era solo. Due uomini portavano una brocca, un piatto di pane e una tunica pulita.

«Il pubblico ti ha apprezzato», disse.

ABELLA, I GIORNI DELL’ARENA. Sesta puntata — Il prezzo della vittoriaLucio guardò oltre di lui.

«Dov’è Valerio?»

Rufo indicò il piatto.

«Mangia.»

«Dov’è?»

«Deve rispondere ad alcune domande.»

Tito si alzò.

«L’incontro è stato fermato. Il ragazzo ha bisogno di riposo.»

«Avrà tutto il riposo che vuole. Prima Varo desidera vederlo.»

Elio si irrigidì.

Rufo posò sul tavolo una piccola borsa. Dentro tintinnarono monete.

«Un premio.»

Lucio non la toccò.

«Non ho vinto.»

Il responsabile della compagnia sorrise.

«La gente ricorderà te. Per oggi basta questo.»

Lo fecero lavare e cambiare.

La tunica nuova aveva un tessuto più morbido di qualunque cosa avesse indossato da mesi. Lucio vi infilò le braccia con cautela, cercando di non muovere troppo la spalla.

Nella stanza accanto un addetto raccontava il combattimento a un compagno.

«È rotolato appena in tempo. Non avevo mai visto uno così giovane farlo.»

Lucio chiuse gli occhi.

Non sapevano che Valerio lo aveva avvertito. Non avevano sentito quelle poche parole, pronunciate dietro l’elmo.

Quando uscì, Elio lo stava aspettando.

Gli porse il frammento di legno.

«Tienilo con te stavolta.»

Lucio lo infilò nella veste, accanto all’anello.

«Se non torno—»

«Tornerai.»

Elio lo disse troppo in fretta.

Lucio gli strinse il braccio sano e seguì Rufo.

Varo lo ricevette in una stanza riservata agli organizzatori, lontano dal rumore più forte dell’arena.

Su un tavolo erano disposti frutta, pane e una coppa d’argento. La finestra lasciava entrare una striscia di luce sul pavimento.

«Ecco il giovane di cui parla tutta Abella.»

Lucio rimase vicino alla porta.

«Mio padre.»

Varo indicò uno sgabello.

«Siediti.»

«Voglio vederlo.»

L’uomo prese una nocciola dal piatto e la fece girare tra le dita.

«L’hai visto.»

Lucio riconobbe quel gesto. Aveva lasciato una nocciola sullo sgabello della casa di Varo, la sera in cui aveva ascoltato l’accordo.

«Anche tu sei stato molto curioso, recentemente», continuò l’organizzatore. «Ti piace fermarti vicino alle porte.»

Lucio non rispose.

Varo posò la nocciola.

«Oggi hai ricevuto applausi. Avrai un premio e un nome che la gente ricorderà. Potresti imparare a usare tutto questo.»

«Per fare cosa?»

«Per vivere meglio.»

Lucio guardò la coppa, il pane intatto, la toga accuratamente ripiegata sulla spalla dell’uomo.

«Come mio padre?»

Il volto di Varo si irrigidì appena.

Poi tornò a sorridere.

«Tuo padre è un bravo artigiano. Mi dispiacerebbe perdere il suo lavoro.»

La porta alle spalle di Lucio si aprì.

Il giovane si voltò.

Suo padre era accompagnato da un sorvegliante.

Da vicino sembrava ancora più magro. Aveva un piccolo segno sul dorso della mano e camminava con cautela, come se non conoscesse il pavimento.

Lucio dimenticò Varo.

«Padre.»

L’uomo gli prese il volto tra le mani.

Per un momento non dissero altro.

Lucio sentì i pollici ruvidi sulle guance, lo stesso contatto di quando tornava a casa da bambino con un ginocchio sbucciato.

«Ti hanno fatto male?» domandò il falegname.

«Sto bene.»

Il padre guardò la spalla che teneva più bassa.

Lucio provò a sorridere.

«Passerà.»

L’uomo annuì senza credergli.

Poi lo abbracciò con una delicatezza che gli fece più male della caduta nell’arena.

Lucio gli parlò vicino all’orecchio.

«Ho il tuo anello.»

Il padre si fermò.

«Valerio?»

«Sì.»

Gli occhi dell’uomo si spostarono verso Varo.

«Vi concedo qualche momento», disse l’organizzatore.

Non uscì. Si avvicinò soltanto alla finestra.

Lucio sentì il padre cercare la sua mano.

Le dita si chiusero sulle sue. Una stretta breve, poi due colpi del pollice.

Era un segnale che conosceva.

In bottega, quando un cliente parlava troppo o chiedeva di comprare qualcosa a un prezzo assurdo, suo padre gli faceva quel gesto da sotto il tavolo.

Aspetta.

Lucio trattenne le domande.

«Sei cresciuto», disse il falegname.

«Sono passati due anni.»

«Lo so.»

Il padre abbassò lo sguardo sulla veste nuova.

«Ti sta larga.»

Lucio avrebbe voluto ridere.

Varo si voltò.

«Il ragazzo può guadagnarsi altri premi. Oggi ha dimostrato di avere talento.»

Il falegname non rispose.

La sua mano continuava a stringere quella del figlio.

Poi Lucio sentì qualcosa premere contro il palmo.

Una minuscola scheggia di legno.

Il colloquio finì quando Varo decise che fosse finito.

Un cenno al sorvegliante. Una mano sul braccio del falegname.

Lucio fece un passo per seguirlo.

«Abbiamo ancora da parlare», disse l’organizzatore.

Il padre scosse appena la testa.

Aspetta.

La porta si chiuse.

Varo tornò al tavolo e aprì una tavoletta.

«Sulla tua provenienza ci sono questioni da chiarire.»

Lucio tenne la mano chiusa lungo il fianco.

«Quali?»

«Debiti di famiglia. Obblighi che potrebbero essere sistemati.»

«Da te.»

«Potrei intervenire.»

Il giovane attese.

Varo sollevò gli occhi.

«Domani racconterai che Valerio ti ha parlato prima dell’incontro. Che ti ha invitato a sottrarti agli ordini.»

Lucio sentì il fiato fermarsi.

«Ha cercato di salvarmi.»

«Scegli con cura le parole. Ci sarà uno scrivano.»

«E se non lo faccio?»

Varo richiuse la tavoletta.

«Tuo padre deve tornare al lavoro. Il viaggio può essere scomodo per un uomo della sua età.»

Rufo riaccompagnò Lucio.

Attraversando il corridoio, incontrarono alcuni spettatori ammessi a salutare la compagnia. Un uomo lo riconobbe e gli batté una mano sulla schiena.

«Il ragazzo del colpo mancato!»

Lucio si irrigidì per il dolore.

Un altro gli offrì una moneta. Una donna gli domandò quanti incontri avesse già disputato.

Rufo rispondeva per lui.

«Il primo. Ma ne sentirete ancora parlare.»

Lucio guardò le facce sorridenti.

La borsa del premio gli pesava contro la cintura. A ogni passo le monete urtavano tra loro.

Quando furono soli, Rufo allungò una mano.

«La mia parte.»

Il giovane gli consegnò la borsa.

Rufo estrasse alcune monete e restituì il resto.

«Devi imparare come funzionano le cose.»

Lucio rimise la borsa alla cintura.

«Comincio a capirlo.»

Tito ed Elio erano rimasti negli alloggi.

Appena la porta si chiuse, Lucio aprì il palmo.

La scheggia era sottile, liscia su un lato, incisa sull’altro.

Elio avvicinò la lucerna.

C’erano tre piccoli segni: una linea verticale e due più corte, oblique.

«Che cosa significa?» chiese.

Lucio riconobbe il marchio.

«Lo faceva sulle casse. Era il suo modo di indicare dove aprirle senza romperle.»

Tito si chinò.

«Quali casse?»

Il giovane guardò verso il deposito.

«Quelle che ha costruito.»

Ricordò gli elmi da parata portati a casa di Varo. La cassa aveva giunture precise e un fondo che gli era sembrato insolitamente spesso.

Suo padre gli aveva insegnato a notare quelle cose.

Aspettarono che Rufo fosse impegnato con gli ospiti.

Elio rimase vicino alla porta del deposito. Tito e Lucio spostarono due scudi e trovarono la cassa degli elmi.

Sul lato inferiore, vicino a un piede, c’era lo stesso marchio.

Lucio posò la scheggia accanto ai segni.

«Qui.»

Tito gli porse un attrezzo sottile.

Il giovane lavorò lentamente. Gli faceva male il braccio, ma le mani ricordavano movimenti che non eseguiva da tempo.

Sollevò una piccola linguetta di legno.

Il fondo interno si mosse.

Sotto c’era un involto.

Tito lo estrasse e sciolse la cordicella.

Conteneva tavolette legate, alcune ricevute e un foglio ripiegato. Il maestro lesse le prime righe, poi avvicinò la lucerna.

Elio si voltò dalla soglia.

«Qualcuno arriva.»

Lucio cercò di rimettere il fondo al suo posto.

Tito, però, continuava a fissare il foglio.

«Muoviti», sussurrò il giovane.

Il maestro alzò finalmente gli occhi.

Il documento portava il nome del padre di Lucio. Sotto, una dichiarazione che attestava la sua consegna alla proprietà di Varo.

E accanto alla dichiarazione, il nome di un testimone.

Tito.

Lucio lasciò cadere l’attrezzo.

Il rumore fu piccolo, ma nel deposito sembrò enorme.

«Hai detto che non sapevi dove fosse.»

Il vecchio aprì la bocca.

Dall’altra parte della porta, Elio sussurrò ancora:

«Sono qui.»

Continua nella settima puntata: “L’uomo con la rete”.

Racconto di fantasia ambientato nell’antica Abella. Personaggi e vicende sono immaginari.