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di Francesco Piccolo
Il 2 ottobre l’esplosione nella zona di Cupa d’Arciano e Scimminaro costò la vita ad Andrea De Gennaro, alla sedicenne Filomena Napolitano e alla piccola Maria Avello. Il giorno dopo Giovanni Sante Colucci, militare e sminatore, morì in via Carrese mentre cercava di bonificare un secondo campo minato. Il 23 ottobre un’altra mina uccise Carmine Napolitano, trent’anni, mentre rientrava dalla campagna con la moglie. Lapidi, documenti e nuove testimonianze permettono oggi di ricostruire con maggiore precisione uno dei capitoli più dolorosi della storia di Mugnano del Cardinale
MUGNANO DEL CARDINALE – I tedeschi erano andati via. Le mine, invece, erano rimaste.
Nei primi giorni di ottobre del 1943 il fronte si stava spostando e anche a Mugnano del Cardinale la popolazione cercava lentamente di tornare alla normalità. Dopo l’armistizio dell’8 settembre e lo sbarco alleato a Salerno, il Mandamento Baianese era stato direttamente interessato dalle operazioni di guerra. Gli Alleati avanzavano, mentre i reparti tedeschi ripiegavano verso nord lasciando dietro di sé strade danneggiate, ostacoli e mine destinate a rallentarne l’avanzata.
Quando i tedeschi abbandonarono Mugnano, molte famiglie tornarono nelle case e soprattutto nelle campagne. Quelle vie rurali venivano percorse ogni giorno per raggiungere i terreni, raccogliere fieno e fascine e procurarsi quanto serviva per vivere.
Ma in alcuni punti la guerra era rimasta nascosta sotto terra.
Il primo grave episodio avvenne il 2 ottobre 1943, nella zona di Cupa d’Arciano e Scimminaro.
Quel giorno Andrea De Gennaro, nato a Mugnano nel 1888, guidava il cavallo che tirava il carro. Con lui c’erano Gelsomina Napolitano, sua figlia Maria Avello, di appena quattro anni, e la nipote Filomena Napolitano, sedicenne. Stavano andando in campagna.
Gli ultimi approfondimenti consentono oggi di precisare un particolare importante della dinamica. Non fu Gelsomina a tirare un filo trovato a terra. Durante il passaggio sarebbe stato invece il cavallo a finire tra i fili collegati agli ordigni, provocando l’esplosione.
Maria Avello e Filomena Napolitano persero la vita. La sedicenne venne scaraventata oltre il muro del torrente e il suo corpo fu ritrovato il giorno successivo. Gelsomina Napolitano sopravvisse, ma le ferite riportate agli occhi la resero cieca.
Tra i ricordi tramandati di quella giornata ce n’è uno particolarmente doloroso. Il corpo della piccola Maria, gravemente dilaniato dall’esplosione, sarebbe stato raccolto e deposto in un grembiule.
Nella stessa esplosione morì anche Andrea De Gennaro. Una lapide ancora presente sul luogo conserva il suo nome e la data del 2 ottobre 1943, ricordandolo come «vittima per lo scoppio di una mina tedesca».
Ma quello di Cupa d’Arciano e Scimminaro non fu l’unico campo minato presente nella zona.
A Mugnano si trovava in quei giorni Giovanni Sante Colucci, militare dell’Esercito italiano e sminatore. Era stato ferito in Grecia ed era tornato in paese in convalescenza.
La conoscenza degli ordigni maturata durante il servizio militare lo portò a occuparsi delle mine rimaste nelle campagne. Dopo quanto accaduto il 2 ottobre, Giovanni continuò a cercarne altre e individuò un secondo campo minato lungo via Carrese, un’interpoderale del monte Arciano.
Il 3 ottobre 1943, appena un giorno dopo la tragedia di Cupa d’Arciano e Scimminaro, raggiunse quella zona e iniziò a rimuovere gli ordigni.
Ne aveva già disinnescati e raccolti diversi quando un’altra mina esplose.
Giovanni Sante Colucci morì in via Carrese.
Aveva ventotto anni e mancavano poco più di tre settimane al suo ventinovesimo compleanno.
Un particolare rimasto nella memoria orale riferisce che ad azionare accidentalmente la mina potrebbe essere stato il cane che si trovava con lui. Non essendoci, al momento, una conferma documentaria, questo particolare resta affidato alla testimonianza tramandata.
Lungo via Carrese, nel punto legato alla morte di Giovanni, è ancora presente una pietra segnata da una croce con le iniziali “G.C.”, posta a ricordo di Colucci.
Della sua esperienza militare sono rimasti anche documenti e decorazioni. Un attestato dell’Esercito Italiano, rilasciato dal Comando del Distretto Militare di Avellino il 25 agosto 1965, concede al «fante deceduto Colucci Giovanni» la Croce al Merito di Guerra. Nello stesso documento è riportata la data di nascita, 26 ottobre 1914, confermata anche dalla situazione di famiglia rilasciata dal Comune di Mugnano del Cardinale. La decorazione è conservata insieme ad altre medaglie legate al suo servizio militare, tra cui quelle della Divisione di fanteria “Pinerolo”.
La sua storia assume così un significato particolare nella ricostruzione di quei giorni: Giovanni era tornato a Mugnano dopo essere stato ferito al fronte e trovò la morte nel proprio paese mentre cercava di eliminare gli ordigni rimasti nelle campagne.
Ma neppure il 3 ottobre segnò la fine del pericolo.
Passarono venti giorni.
Il 23 ottobre 1943 un’altra mina esplose e questa volta la vittima fu Carmine Napolitano.
Secondo le testimonianze raccolte, Carmine stava rientrando dalla campagna insieme alla moglie, con il cavallo e il carro, quando nella zona di Cupa d’Arciano avvenne l’esplosione.
Carmine morì. Aveva trent’anni, come ricorda ancora oggi la lapide.
La moglie riuscì invece a salvarsi.
La tomba conserva la data del 23 ottobre 1943 e aggiunge un altro punto fermo alla cronologia di quel mese. A tre settimane dalla prima tragedia, dunque, le mine lasciate nelle campagne continuavano a rappresentare un pericolo per chi percorreva quelle antiche strade rurali.
Il ricordo delle mine, però, rimase a lungo anche negli anni successivi alla guerra. Nei decenni trascorsi, soprattutto in occasione delle piene dello Scimminaro, l’acqua smuoveva il terreno e riportava alla luce fili e altri segni riconducibili ai vecchi campi minati del 1943. Un fenomeno ricordato da chi ha vissuto e frequentato quelle campagne, dove le tracce lasciate dalla guerra continuarono a riaffiorare anche molto tempo dopo la fine del conflitto.
La guerra uccise anche sulle strade
Le mine non furono l’unica causa di morte legata alla presenza della guerra a Mugnano del Cardinale.
Nelle ricostruzioni di quei giorni compaiono anche i nomi di Antonio Carmine Gragnano, Carmela Onofrietti e Gennaro Regato, un bambino sfollato da Napoli, morti in episodi collegati al transito dei mezzi militari sulle strade del paese.
Non furono le mine, questa volta. Ma era ancora la guerra: un paese attraversato da soldati, camion e convogli militari, nel quale anche uno spostamento quotidiano poteva trasformarsi improvvisamente in tragedia.
A più di ottant’anni di distanza, sono le lapidi, le tombe, le fotografie, i documenti militari e le testimonianze a permettere di ricomporre pezzo dopo pezzo ciò che accadde.
E sono soprattutto i luoghi a parlare.
Cupa d’Arciano, Scimminaro, via Carrese, il monte Arciano. Nomi che oggi appartengono alla geografia quotidiana di Mugnano del Cardinale, ma che nell’ottobre del 1943 furono teatro di giornate drammatiche.
Oggi quelle campagne sono cambiate. Alcune delle vecchie vie sono molto meno frequentate e la vegetazione ha circondato parte delle testimonianze rimaste sul posto. Eppure le pietre sono ancora lì.
Proprio nell’area interessata da quegli episodi, Antonio “Teodorico” Avello, artista legato familiarmente a queste vicende, sta preparando un’opera da collocare sul posto. L’intento è conservare la memoria delle vittime e lasciare alle nuove generazioni un segno capace di raccontare ciò che avvenne nell’autunno del 1943.
Restano la lapide di Andrea De Gennaro, la pietra con la croce e le iniziali “G.C.” lungo via Carrese, la tomba di Carmine Napolitano, i documenti e le medaglie di Giovanni Colucci.
Ma soprattutto restano i nomi.
Andrea De Gennaro, Filomena Napolitano, Maria Avello, Giovanni Sante Colucci, Carmine Napolitano. E con loro quelli di Antonio Carmine Gragnano, Carmela Onofrietti e Gennaro Regato, altre vite spezzate nei giorni in cui la guerra attraversò Mugnano del Cardinale.
Ottantatré anni dopo, raccontare quei nomi significa impedire che rimangano soltanto lettere incise su una lapide o su una vecchia pietra lungo una strada di campagna.
I tedeschi erano andati via. Le mine no. E continuarono a uccidere.
Alla prossima puntata di “Storie di casa nostra”.








