Antonio Vecchione: «Baiano custodisca la memoria per costruire il proprio futuro»

Antonio Vecchione: «Baiano custodisca la memoria per costruire il proprio futuro»

In occasione della Festa della Nocciola, promossa dalla Pro Loco di Baiano, Antonio Vecchione ha presentato al Teatro Colosseo il libro “Baiano, un tempo che resta”. Un’opera dedicata alla memoria individuale e collettiva del paese, alle persone comuni che ne hanno segnato la storia e al legame tra passato e futuro. Con l’autore abbiamo parlato anche di associazionismo, partecipazione civile, spopolamento ed emigrazione giovanile.

Vecchione, quale valore assume oggi la Festa della Nocciola per la comunità di Baiano?

«È una testimonianza concreta della vitalità del paese. Il mancato sviluppo del Mezzogiorno, l’emigrazione giovanile e lo spopolamento influenzano negativamente la vita delle nostre comunità. Nonostante queste difficoltà, da circa dieci anni Baiano sta vivendo una stagione di grande fermento, caratterizzata da entusiasmo, partecipazione e impegno civile».

Quali sono i segnali di questa nuova stagione?

«Ci sono stati importanti investimenti pubblici, come quelli riguardanti la Villa comunale e il Teatro Colosseo, ma il segnale più incoraggiante è rappresentato dalla crescita delle realtà associative. La Pro Loco, Pro Teatro, l’istituto scolastico, i gruppi giovanili, i comitati impegnati nelle feste tradizionali e le associazioni sportive condividono idee e realizzano progetti. Le loro iniziative favoriscono l’arricchimento umano e culturale, lo scambio di conoscenze e una convivenza pacifica».

La partecipazione alla Festa della Nocciola ne è un esempio?

«Certamente. Più di duecento volontari baianesi, tra adulti e ragazzi, sono stati coinvolti dalla Pro Loco nell’organizzazione della manifestazione. Mi piace definirli degli eroi, perché dedicano tempo ed energie alla comunità. È la dimostrazione di un paese che vuole crescere e migliorarsi».

Anche il teatro e lo sport contribuiscono a questo percorso?

«Sono fondamentali. Circa 150 allievi frequentano i corsi teatrali e numerosi spettacoli vengono allestiti al Colosseo dai ragazzi della scuola media e dalle compagnie di Baiano, Avella e Sperone. A questo si aggiungono le centinaia di giovani impegnati nelle attività sportive. È una comunità in cammino, della quale dobbiamo essere orgogliosi».

Quale ruolo possono avere i giovani nel contrasto allo spopolamento?

«Mi schiero senza esitazioni dalla loro parte e nutro una grande fiducia nelle nuove generazioni. Sono convinto che possano realizzare quella rivoluzione necessaria per superare lo spopolamento: costruire il proprio futuro senza essere costretti ad abbandonare il territorio».

Perché la conoscenza della storia locale può aiutare i giovani?

«La nostra storia ci mostra come gli antenati abbiano saputo valorizzare le risorse locali, creando attività che hanno dato prestigio al paese e permesso alle famiglie di vivere dignitosamente. Il futuro non si costruisce partendo da una tabula rasa, ma facendo tesoro degli esempi trasmessi dal passato».

Com’è nato il suo interesse per la storia di Baiano?

«Nel 2017, su invito della Pro Loco, scrissi una breve storia del paese. Non essendo uno storico, mi avvalsi degli studi pubblicati da tre autorevoli studiosi locali: Enrico De Falco, Pasquale Colucci e Domenico Capolongo. Il mio principale percorso di ricerca, però, è un altro».

Quale?

«La mia generazione, nata nell’immediato dopoguerra, è stata l’ultima a osservare direttamente la straordinaria capacità di una comunità di affrontare e risolvere i propri problemi nella terra d’origine. Negli ultimi trent’anni ho raccontato questa storia d’amore in otto pubblicazioni».

Che cosa rappresenta “Baiano, un tempo che resta”?

«È una rievocazione appassionata, personale e al tempo stesso corale. Un lavoro storico-antropologico e sentimentale, costruito attraverso il recupero della memoria individuale e collettiva. Nel libro emergono episodi, scorci, personaggi, attività, testimonianze di fede e frammenti della vita quotidiana del paese».

Chi sono i protagonisti del volume?

«Sono soprattutto persone semplici, quelle che hanno animato la vita della nostra terra e con le quali abbiamo condiviso passioni, gioie, sacrifici, sofferenze, speranze e lutti. Ogni persona, nel proprio piccolo o grande ruolo, ha contribuito alla vita e allo sviluppo di Baiano».

Nel libro trova spazio anche chi solitamente resta fuori dalla storia ufficiale?

«Ho cercato proprio di valorizzare vicende popolari apparentemente irrilevanti e di dare voce agli umili: contadini, boscaioli, artigiani e personaggi spesso sconosciuti o esclusi dalle ricostruzioni ufficiali. La loro storia è anche la nostra e può diventare una bussola per il cammino della comunità».

Si tratta quindi di un libro nostalgico?

«Non è una ricostruzione nostalgica del “bel tempo che fu”. È piuttosto un affresco schietto e colorato della realtà paesana, con i suoi valori, i suoi luoghi e le sue relazioni sociali. Dobbiamo essere consapevoli che siamo fatti anche di quelle figure, di quegli scorci architettonici e di quelle esperienze. Conservare la memoria non significa vivere nel passato, ma comprendere meglio chi siamo per decidere dove vogliamo andare».

Che cosa risponde a chi critica iniziative come la Festa della Nocciola?

«Le critiche, quando sono sincere e costruttive, meritano sempre ascolto e rispetto, perché possono aiutare a migliorare. Credo però che iniziative come la Festa della Nocciola vadano valutate per ciò che riescono concretamente a generare: partecipazione, relazioni, promozione del territorio e riscoperta delle nostre tradizioni. Dietro una manifestazione del genere ci sono il tempo, la passione e il lavoro gratuito di oltre duecento volontari. Si può discutere sulle modalità e proporre idee diverse, ma non si dovrebbe sminuire l’impegno di chi si mette al servizio della comunità. A chi critica rispondiamo con serenità, invitandolo a partecipare e a offrire il proprio contributo. È sempre più utile aggiungere una proposta che limitarsi a evidenziare un difetto. Baiano cresce quando le energie migliori collaborano, non quando si alimentano divisioni»