Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare

Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare

La madre, il fratello e poi il padre. La Polonia occupata dai nazisti, il lavoro in cava, il teatro e il seminario clandestino. Molto prima di diventare Giovanni Paolo II, Wojtyła aveva già attraversato una vita intera

di Francesco Piccolo

A vent’anni Karol Wojtyła aveva già conosciuto il dolore che, per molti, basta per una vita intera.

Prima la madre Emilia, morta nel 1929 quando lui era ancora un bambino. Poi il fratello maggiore Edmund, medico, scomparso nel 1932. Infine il padre, morto nel 1941. Una sorella, Olga, era morta prima ancora che Karol nascesse. A poco più di vent’anni, della sua famiglia più stretta non era rimasto nessuno.

E fuori da casa le cose non andavano meglio.

La Polonia era occupata dai nazisti. L’Università Jagellonica di Cracovia, dove Wojtyła si era iscritto nel 1938, era stata chiusa. Karol dovette lavorare: prima in una cava, poi nello stabilimento chimico Solvay. Quel lavoro gli consentì anche di evitare la deportazione in Germania.

Ma c’era un altro Karol che stava crescendo.

Amava il teatro e la letteratura. Insieme ad alcuni amici partecipò al Teatro Rapsodico, anche quello clandestino. Si recitava nelle case, di nascosto. Nel marzo del 1943 Wojtyła interpretò il protagonista di Samuel Zborowski. Sarebbe stata la sua ultima apparizione su un palcoscenico.

Perché nel frattempo aveva scelto un’altra strada.

Nell’autunno del 1942 decise definitivamente di entrare nel seminario di Cracovia.

Ma anche quello era clandestino.

Lo avrebbe raccontato molti anni dopo lui stesso: la decisione doveva restare nel più stretto riserbo, persino con le persone care. Studiava teologia e continuava a lavorare alla Solvay. Essere scoperti significava rischiare pesanti repressioni da parte delle autorità tedesche.

Di giorno operaio. Di nascosto seminarista.

Karol sopravvisse alla guerra e il 1° novembre 1946 venne ordinato sacerdote.

Trentadue anni dopo, il mondo avrebbe imparato il suo nome.

Il 16 ottobre 1978, dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro, si affacciò il nuovo Papa. Aveva 58 anni, veniva dalla Polonia e aveva scelto il nome di Giovanni Paolo II.

Era il primo pontefice polacco e il primo Papa non italiano dopo oltre quattro secoli.

Da lì cominciarono i viaggi, le folle, gli incontri. Giovanni Paolo II attraversò il mondo, portando il pontificato fuori dalle mura vaticane come pochi prima di lui.

Poi arrivò il 13 maggio 1981.

Piazza San Pietro era piena quando Mehmet Ali Ağca sparò contro il Papa. Wojtyła venne colpito gravemente e trasportato al Policlinico Gemelli.

Sopravvisse anche quella volta.

Due anni dopo fece qualcosa che sarebbe rimasto impresso quanto l’attentato.

Il 27 dicembre 1983 entrò nel carcere romano di Rebibbia. Ad aspettarlo c’era proprio Ağca.

Giovanni Paolo II si sedette accanto all’uomo che aveva provato a ucciderlo e gli parlò. Dopo quell’incontro disse di avergli ripetuto personalmente il perdono che gli aveva già concesso subito dopo l’attentato.

Vittima e attentatore, uno accanto all’altro.

Gli ultimi anni furono un’altra prova. Il Parkinson e gli altri problemi di salute gli tolsero progressivamente forza, sicurezza nei movimenti e facilità di parola.

Questa volta Wojtyła non poteva vincere.

Ma fece una cosa che colpì il mondo: non nascose la propria fragilità.

Continuò ad affacciarsi, a incontrare le persone, a mostrarsi anche quando ogni movimento costava fatica.

Morì il 2 aprile 2005, dopo più di ventisei anni di pontificato.

Durante i funerali, da Piazza San Pietro si alzò quel grido diventato famoso: “Santo subito”.

Il 27 aprile 2014 Papa Francesco lo proclamò santo.

Ma per capire Giovanni Paolo II forse bisogna tornare a molto prima della veste bianca.

A Wadowice. A quel ragazzo rimasto senza madre, senza fratello e senza padre. All’operaio della cava. Al giovane che recitava di nascosto mentre il suo Paese era occupato. Al seminarista che non poteva dire di essere seminarista.

Prima delle folle, c’era Karol.

Aveva visto scomparire quasi tutto ciò che conosceva. Eppure continuò a camminare.                                                                                                                                                  Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare Karol Wojtyła, il ragazzo che perse tutto e continuò a camminare