L’ECO DEL SACRO E LA CUSTODIA DELLA MEMORIA Riflessione e appello per la tutela del patrimonio artistico e spirituale della Chiesa di Sant’Andrea Apostolo in Sirignano

L’ECO DEL SACRO E LA CUSTODIA DELLA MEMORIA  Riflessione e appello per la tutela del patrimonio artistico e spirituale della Chiesa di Sant’Andrea Apostolo in Sirignano

​Esiste un filo invisibile ma indissolubile che lega la pietra al sacro, la memoria al presente, e la bellezza all’eternità. L’arte che popola i nostri luoghi di culto non appartiene soltanto alla storia o alla materia: è la custodia viva dei palpiti, delle preghiere e delle speranze di intere generazioni. Quando il tempo e l’incuria minacciano di opacizzare questa eredità, la parola ha il dovere morale di farsi strumento di salvaguardia. Non per giudicare, ma per custodire; non per dividere, ma per riannodare quel dialogo profondo tra la comunità e la propria anima.

​L’ECO DEL SACRO E LA CUSTODIA DELLA MEMORIA

Riflessione e appello per la tutela del patrimonio artistico e spirituale della Chiesa di Sant’Andrea Apostolo in Sirignano

​Indirizzato a:

​Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Francesco Marino, Vescovo di Nola
​Dott.ssa Antonia Solpietro, Direttore dell’Ufficio per i Beni Culturali della Diocesi di Nola
​Don Justine D. Raj, Parroco della Chiesa di Sant’Andrea Apostolo in Sirignano
​Questo mio ennesimo atto pubblico non nasce da una volontà di polemica, ma prende vita da un recente e toccante confronto con una signora originaria di Sirignano e oggi residente a Napoli, storica e devota custode del corredo della Statua manichino della Madonna del Rosario. È stato proprio il suo accorato racconto sulle preoccupanti condizioni di questo sacro patrimonio a riaccendere in me l’urgenza di dare voce a una ferita profonda che attraversa l’intera nostra comunità.
​L’arte sacra non è soltanto materia scolpita o tessuto intessuto: è la forma visibile della memoria, un ponte tra il visibile e l’invisibile che da secoli raccoglie le preghiere e l’identità profonda del nostro popolo. Custodire un’opera significa impedirne la dissoluzione sotto l’usura del tempo.
​È mossa da questo profondo rispetto che nasce la presente riflessione, resa pubblica con il solo e sincero obiettivo di richiamare l’attenzione delle istituzioni e della cittadinanza. Questo intervento non è un attacco, bensì un atto d’amore intellettuale, civile e spirituale verso la Chiesa di Sant’Andrea Apostolo e le sue preziose testimonianze.
​Già negli anni Novanta, all’indomani dei lavori di restauro, avvertii il bisogno di sollevare una forte preoccupazione riguardo ad alcune scelte che avevano alterato l’armonia barocca della navata. Probabilmente, all’epoca, chi diresse gli interventi sottovalutò un aspetto fondamentale di natura sia artistica che conservativa: le dodici statue custodite nei nicchi non sono opere in solido marmo del Michelangelo o del Bernini, capaci di sfidare i secoli anche all’aria aperta. Si tratta di pregevoli sculture in legno e cartapesta, rivestite di tessuti e filati d’oro; opere delicate, fragili e “vive”, che soffrono drammaticamente il contatto diretto con l’ossigeno, la polvere e le escursioni termiche.
​Rimuovere le porte con le vetrate ha significato privare queste dodici opere e i loro preziosi paramenti dell’unico scudo che le preservava dal degrado. Parlare di questa condizione non è motivo di scontro, ma la sincera volontà di prevenire danni futuri ancora più gravi e irreparabili.
​Poiché le antiche porte con vetrate sono tuttora conservate all’interno dei locali della chiesa, il loro ripristino rappresenterebbe un gesto elementare quanto profondo: un atto di ricongiungimento tra la storia e la sua tutela.
​Ci rivolgiamo dunque con fiducia alla sensibilità di Sua Eccellenza il Vescovo, della Direzione dell’Ufficio Diocesano per i Beni Culturali e del nostro Parroco Don Justine D. Raj, affinché possa essere concordato un sopralluogo tecnico volto a valutare lo stato di conservazione delle opere e a restituire alle nicchie della navata quella protezione che ne garantisca la salvaguardia per le generazioni future.
​Sollevare una voce pubblica non è dividere, ma unire: è accendere una luce sul valore inestimabile del nostro patrimonio affinché la bellezza continui a parlare al cuore di chi entra nella nostra chiesa.

​Maicol Acierno