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Ricevuto e pubblicato-È passato appena un mese dall’insediamento della nuova Amministrazione e a Quadrelle sembra di vivere dentro una serie televisiva: con personaggi che cambiano la sceneggiatura ad ogni puntata senza chiedere il permesso a nessuno.
Doveva essere il mese del “cambiamento”, quello promesso a gran voce in campagna elettorale. E invece, a conti fatti, più che un cambiamento pare una ristrutturazione fatta di notte, senza progetto e con la mazza da demolizione al posto del metro.
Partiamo dall’inizio, che è sempre la parte più divertente (per chi guarda da fuori, un po’ meno per chi ci vive).
Il primo grande capolavoro amministrativo non riguarda strade, servizi, scuola, manutenzione o decoro. No. Il primo tema caldo è stato un classico intramontabile: chi si mette la fascia tricolore. Una gara interna degna di un reality, con l’unica differenza che nel reality almeno a fine puntata qualcuno viene eliminato e si passa oltre. Qui invece si trascina la tensione, come se la fascia fosse un oggetto magico: la indossi e improvvisamente impari a governare, a fare programmazione, a risolvere problemi, a dialogare con i cittadini.
La fascia non fa miracoli. È tessuto, non una bacchetta.
Chiarita la questione “chi comanda davvero”, si passa al secondo episodio della saga: la nomina degli assessori.
Anche qui, un esercizio di stile notevole. Talmente notevole che qualcuno deve essersi dimenticato perfino di una piccola cosa chiamata “quota rosa”.
Ma figurarsi: sarà stato un refuso, un dettaglio, una svista. Del resto, quando si è impegnati a mettere d’accordo le correnti interne, a spartire deleghe come fossero figurine rare, a tener fede a promesse elettorali, può capitare di non accorgersi che metà della popolazione è composta da donne. Roba da niente, no?
Ma la vera poesia amministrativa arriva quando si entra nel vivo, cioè quando si comincia a “fare”.
E qui il cambio di passo è stato talmente energico che si è sentito fino alle radici. Letteralmente.
Quattro splendidi pini, piantati nel lontano 1956, che hanno visto passare generazioni, stagioni, feste patronali, estati torride e inverni umidi, sono stati “sistemati” con una capitozzatura abusiva.
Capitozzatura: una parola che già da sola non promette nulla di buono.
È un po’ come dire “ti do una sistematina”, e poi ti ritrovi con il muro portante demolito e la casa che balla al primo colpo di vento.
Risultato? Alberi che oggi sono avviati con ogni probabilità verso una morte sicura.
Se solo si potessero risolvere i problemi con la stessa rapidità con cui si sfoltiscono i rami.
A quel punto, uno direbbe: “Va bene, basta così. Un mese intenso, già abbastanza”. E invece no.
Perché il bello di certe amministrazioni è che quando finisce un disastro, ne comincia un altro, così non ci si annoia mai.
Ed eccoci al nuovo bersaglio: la scuola elementare.
Perché quando non sai dove mettere le mani per costruire, la tentazione di mettere le mani per rompere diventa irresistibile.
E allora, pur di colpire il tempo prolungato, la soluzione è una: montare un caso.
Parte così la missione fotografica.
Una spedizione quasi epica: “Andiamo a mostrare al popolo le condizioni della scuola!”.
Sembra l’annuncio di un documentario investigativo: luci drammatiche, musica tesa, zoom sulle crepe, commento grave fuori campo.
Peccato per un dettaglio che rovina la trama: i locali immortalati nelle foto sarebbero aree non frequentate né dai bambini né dagli insegnanti.
Non lo sono oggi, non lo erano ieri e, a occhio e croce, non lo saranno nemmeno domani.
Quindi a cosa serve questa operazione? A far partire lavori? A migliorare la sicurezza? A programmare interventi seri? A reperire fondi? A coinvolgere la dirigenza scolastica con spirito costruttivo?
No, troppo complicato. Serve a costruire una narrazione: se mostri un angolo dimenticato, puoi far credere che tutta la scuola sia un disastro e che dunque il tempo prolungato sia una follia impraticabile.
E qui la commedia diventa satira.
Perché il problema non è neanche la volontà di intervenire: intervenire è giusto.
Il problema è l’uso strumentale delle “condizioni” per colpire un servizio che interessa le famiglie.
Il tempo prolungato non è un capriccio: è una necessità per tanti genitori che lavorano, per l’organizzazione familiare, per il diritto dei bambini ad avere un’offerta educativa completa.
Ma evidentemente, nella scala delle priorità dei nostri novelli amministratori, viene prima l’operazione immagine: “dimostrare” che non si può fare.
E così, mentre si alza il polverone sulle foto, si dimentica la cosa più semplice e più importante: la scuola va difesa, sostenuta, migliorata. Non usata come campo di battaglia politica. Perché a farne le spese non è l’opposizione, non è la maggioranza, non è il consigliere di turno. A farne le spese sono i genitori, i bambini, gli insegnanti, e in generale tutto il paese, che con la scuola cresce o si spegne.
Il paradosso è che il “cambiamento” promesso sembra aver preso una direzione precisa: non il cambiamento che costruisce, ma quello che distrugge. Non quello che unisce, ma quello che divide. Non quello che risolve, ma quello che inventa problemi per giustificare scelte già decise.
In appena trenta giorni si è passati:
– dalla gara per la fascia da sindaco, come se governare fosse un concorso di bellezza istituzionale;
– a nomine che dimenticano la rappresentanza, perché evidentemente l’equilibrio è un optional;
– al taglio drastico e discutibile di alberi storici, che in un paese dovrebbero essere patrimonio e non fastidio;
– fino alla scuola, trasformata in set fotografico per sostenere una tesi contro il tempo prolungato.
E allora viene da chiedersi: ma questo sarebbe il cambiamento?
Quello in cui si tagliano i pini e si potano i diritti? Quello in cui invece di aggiustare si capitozza? Quello in cui le priorità sono la fascia, le poltrone e le campagne fotografiche?
A Quadrelle, in questo primo mese, la sensazione è che si stia facendo di tutto tranne ciò che serve davvero. E la cosa più comica, se non fosse tragicamente seria, è che tutto viene raccontato come una rivoluzione positiva. Come se bastasse dire “cambiamento” per renderlo automaticamente buono.
Ma il cambiamento vero non si misura da quante foto fai, né da quanto rumore produci, né da quanta scenografia metti in scena. Si misura dai risultati: servizi che funzionano, rispetto delle regole, tutela del verde, attenzione alla scuola, ascolto dei cittadini.
Per ora, invece, sembra che l’unica cosa a tempo pieno sia la confusione. E su quella, purtroppo, non serve nemmeno il tempo prolungato: qui siamo già oltre l’orario scolastico, direttamente in straordinario permanente. Alla faccia del cambiamento.
Il gruppo di opposizione in Consiglio Comunale