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di Antonio Vecchione
Carmine Montella, prezioso cultore di storia baianese, puntuale come sempre, ha pubblicato con successo un interessante articolo sulla nostra tradizione di Fontana Vecchia. Un incentivo ad aggiungere un mio contributo che, spero, sia altrettanto apprezzato.
Fontana Vecchia è sempre stato un luogo dell’anima per i baianesi, particolarmente “sentito” dall’umile popolo dei vesuni, contadini, boscaioli, semplici uomini di fatica, che frequentavano questa fresca valle quotidianamente per lavoro e si riconoscevano uniti nella identitaria partecipazione di Fedeli della Parrocchia di SS. Apostoli. Un’atmosfera diversa da quella della festa di Gesù e Maria, gestita dalla Parrocchia di S. Stefano, il nostro Protettore, e per questo meglio frequentata, sfarzosa e arricchita da spettacoli fino a sera, curati da un comitato di distinti personaggi. Il mercoledì dopo Pasqua è sempre stata la giornata dedicata a Fontana Vecchia. Una folla si riversava in questo angolo verde per inginocchiarsi all’altare della Madonna nella semplice Cappella e per trascorrere il pomeriggio in allegra compagnia, nel verde, consumando i residui dolci di Pasqua. Una tradizione che, in uno scenario completamente cambiato, si mantiene ancora viva, anche se con fatica e ridimensionata nella partecipazione. Il complesso di Fontana Vecchia con la Cappella e l’elegante fabbricato di campagna fu costruito a fine ottocento da don Nicola Masucci, un fratello del bisnonno di Antonio e Salvatore. Il complesso fu inaugurato nel 1903, con una sontuosa cerimonia alla presenza del Vescovo di Nola e delle autorità civili baianesi, come era indicato su una lapide di marmo, ora scomparsa, sulla facciata della Chiesa. Don Nicola fu un personaggio straordinario, che dedicava tempo e risorse a iniziative di interesse della comunità. Per agevolare il servizio sacerdotale di don Aniello Sales, parroco dei S.S. Apostoli nella prima metà del 900, si attivò generosamente per costruire anche la canonica alle spalle della Chiesa. Don Aniello, suo nipote, figlio della sorella Speranza, che aveva sposato uno scultore nolano, era un parroco ben voluto, sempre sorridente, che ogni pomeriggio, accompagnato dal suo fido cane bianco, passeggiava per le strade di campagna per poi raggiungere Fontana Vecchia e rilassarsi nelle comode stanze del palazzo. Noi ragazzi gli eravamo affezionati e lo salutavamo, come era costume dell’epoca, baciandogli la mano. Il fabbricato, oggi semi – diroccato e inabitabile, era una comodissima casa di campagna, con finiture curate, con un largo terrazzo ingentilito da un pergolato. Don Aniello sapeva aprirsi e comunicare con la gente umile e appariva semplice e popolare ma era un parroco di elevata cultura, grazie agli studi nella scuola dei Gesuiti a Napoli, dove si era formato. Appassionato lettore, aveva comprato e letto centinaia di libri che arricchivano la sua pregevole biblioteca. Ereditò gran parte della proprietà dello zio, don Nicola, compreso il complesso di Fontana Vecchia, che poi, a sua volta, lasciò alla sua fedele perpetua, Carmelina, fisico minuto, bassina, gentilissima e sorridente, che noi tutti chiamavamo “cummarella” e a cui volevamo molto bene. Anche molti studenti, alla ricerca di un posto tranquillo per concentrarsi nello studio, chiedevano e ottenevano di essere ospitati nella struttura. Ma l’importanza storica di Fontana Vecchia è dovuta alla fonte di acqua sorgiva, l’unica di un amplissimo territorio agricolo. I contadini, disseminati nei campi circostanti, si ritrovavano per prelevare acqua e approfittavano per consumare un rapido pasto intorno alla fontana (in genere una mezza pagnotta di pane con pomodori, o cipolle, o altri prodotti della terra, tipo verdure). Una pausa di svago che rinsaldava rapporti di amicizia e stima. Si stava insieme per “socializzare”, per fare quattro chiacchiere o scambiare informazioni di lavoro e essere informati delle novità paesane. Poi tornavano al lavoro dopo aver fatto scorta d’acqua riempiendo i capaci vasi di coccio, di colore giallo, detti “mummari” oppure le “varrecchie”, barilotti di legno, che si trasportavano sulle spalle. Purtroppo dagli anni ottanta l’acqua non è più potabile e questo straordinario luogo ha perso il fascino di quella semplice vita che caratterizzava la civiltà contadina, di quel piacere dello stare insieme. E’ mancato il rispetto dell’ambiente, che era sentito come un dovere dai vecchi contadini, i quali, per mantenere l’acqua fresca e pulita, si preoccupavano, a turno, di ripulire la sorgente in cima alla collina e il percorso dell’acqua fino a valle. Troppo importante era quella fonte per la vita di tutti. L’acqua potabile era un bene indispensabile e i vecchi contadini si preoccupavano di ripulire la fonte sorgiva in cima alla collina e il percorso dell’acqua fino a valle. Carmine Napolitano, “’o bofero”, proprietario dei terreni dove, all’interno di una grotta, nasce il rivolo d’acqua sorgiva, ricorda perfettamente quelle operazioni. Alla grotta si accede attraverso un’apertura abbastanza piccola, alta meno di un metro e larga poco meno. Appena entrati ci si ritrova in uno spazio largo circa due metri, che poi, andando verso il fondo per una decina di metri, si restringe fino a chiudersi. Le pareti sono rinforzate e rivestite da blocchi di pietra viva bianca e la copertura di lastre di lapillo battuto con cemento (un lavoro certamente del passato, forse dell’inizio novecento). L’acqua sgorga dalla parete di fondo e, attraversata la grotta, si deposita in un pozzetto appena fuori dell’ingresso per poi scendere, attraverso un canale, fino alla bocca erogatrice della fontana. “Mio padre”, mi racconta Carmine, “mi incaricava spesso di pulire la grotta e soprattutto la vasca, che era particolarmente inquinata da animali morti, come insetti vari, lucertole, rane, e qualche piccolo serpente”. Un esempio virtuoso seguito in tempi recenti da alcuni responsabili cittadini, che hanno a cuore il bene pubblico. Antonio Masi, “nfranzullo”, Raffaele Napolitano, “tubbetto” e Antonio Candela, di Paolino, si attivarono una diecina di anni fa per un’operazione di pulizia delle fonti che mancava da decenni. Un lodevole esempio che andrebbe ripetuto attivandosi anche per analizzare l’acqua e verificarne la potabilità. La presenza della preziosa acqua fu importante anche nel corso della seconda guerra mondiale. Per sfuggire ai bombardamenti degli alleati, in questa valle e sulle colline circostanti (denominate “‘O Santo”), trovarono rifugio numerose famiglie e gruppi di baianesi. Furono giorni in cui la comunità si ritrovò unita più che mai per superare il drammatico momento; solidarietà e disponibilità verso chi ne aveva bisogno furono l’agire quotidiano, non soltanto verso i concittadini, ma anche per i numerosi “sfollati”, in genere napoletani, che erano scappati dalla città per sfuggire ai rischi della guerra. Quella degli “sfollati” fu una storia importante per Baiano. Nella sua pubblicazione, “I ricordi del curato”, don Stefano Boccieri parla di una vera invasione di circa novemila napoletani, quasi tutti della piccola borghesia che erano fuggiti da Napoli per evitare il rischio dei bombardamenti. “Soltanto pochi di essi, i primi venuti, avevano trovato abitazioni decenti”, scrive don Stefano, “gli altri occupavano cantine, stalle, ruderi abbandonati. Una notte ospitai nella Chiesa, seduti su panche e sedie, centocinquanta profughi napoletani, che, appena arrivati, non sapevano dove sistemarsi”. Una coabitazione, dunque, sofferta per le misere condizioni nelle quali si viveva, ma fu anche testimonianza della generosità e umanità del popolo baianese, che accolse e divise quel poco che aveva con gli ospiti. Vi fu comunque un beneficio: il popolo baianese venne a contatto con cittadini napoletani portatori di una cultura diversa e di innovativi costumi di vita che contribuirono all’emancipazione della nostra comunità. Si è completamente persa una seconda tradizione, molto sentita fino agli anni cinquanta: la “scesa di Liveri”, ovvero il pellegrinaggio al Santuario di S. Maria a Parete. Numerosi devoti baianesi e mugnanesi, in mancanza di mezzi come auto o carrozze, raggiungevano il Santuario percorrendo a piedi le strade di campagna e colline fino a Liveri. Fontana Vecchia era una tappa importante, soprattutto per il ritorno dalla cerimonia religiosa. Si rinnovava la festosa tradizione della “scampagnata” con i vari gruppi che si trattenevano nel verde consumando dolci, pastiere, biscotti, tra musica, balli e canti.


Un gruppo di giovani baianesi appassionato di musica, in gita a fontana vecchia, per suonare, cantare e divertirsi, ritratti in posa sulla scala della Chiesetta. Si riconoscono, da sinistra: (in piedi) Andrea Barbato, Carmine Napolitano, Nicola Napolitano, Martino Montanaro e Nicola Litto, (seduti sul gradino più alto) Giuseppe Lippiello, Boccieri, Stefano Russo, Antonio Colucci e Giovanni Vecchione, (seduti sul gradino intermedio) Stefano Masi, Angelo De Feo, Vincenzo Stingone, Giuseppe D’Apolito, (in basso) Stefano ‘a seralla, Stefano Sgambati (di Domenico), Franchino Boccieri e Stefano Sgambati (di Francesco).



Foto nello spiazzo all’ombra dello storico Platano: da sinistra: Carmine Montella, Filomena Ruberto, Ciccio Candela, don Silvino Foglia, Antonio Napolitano, Mimì Picciocchi, Pasquale Colucci, Enzo Arbucci.
